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FELICITA’ di Luigi Pirandello | Testo

Don Gaspare Grisanti, duca di Rosàbia, marchese di Collemagno, barone di Fontana e di Gibella, devoto per la vita al passato governo delle Due Sicilie, “Chiave d’oro” della Corte di Napoli e onorato ancora della corrispondenza epistolare con gli ultimi superstiti della dinastia decaduta; colui che troneggiava ogni giorno per via Maqueda, all’ora del passeggio, dall’alto della sua carrozza antica, con due valletti dietro, immobili come statue, in parrucca, e un altro valletto accanto al gigantesco cocchiere, senza mai salutare nessuno, rigido, cupo, sprezzante, diretto al solitario parco della Favorita; consentiva che la figliuola sposasse un signor Fabrizio Pingiterra, maestro elementare e di ginnastica, già precettore de’ suoi nipotini. Ma, ormai! Aveva sperato di ristorare le sorti del casato col matrimonio del Buchino con una ricchissima ereditiera, figlia unica d’un barone di campagna. Quel tristo s’era infognato in un amorazzo per cui, tra tante vergogne, era dovuto scappar via; la nuora, sorda a tutte le preghiere, aveva ottenuto dal tribunale la separazione di beni e persona dal marito e se n’era ritornata al suo paese. Tutto era finito. Solo, a costo di qualunque sacrifizio voleva ancora mantenere quella carrozza pomposa coi tre valletti in parrucca, per la sua quotidiana comparsa in pubblico, e giù’ a piè del palazzo, il guardaportone con la mazza, quantunque da un mese, cioè dal giorno che la nuora era andata via, il cancello dello scalone fosse chiuso per non lasciar passare più nessuno.
– Non sei morta tu? – aveva domandato alla moglie. – E anche io, – aveva soggiunto. – I figli, nel fango; e noi seguitiamo, da morti, la nostra mascherata.
Elisabetta si riscosse con un sospiro e domandò alla mamma:
– Che t’ha detto?
La madre voleva attenuare in qualche modo la durezza dei patti e delle condizioni posti dal padre, con calmo e freddo sprezzo che non ammetteva replica; ma la figlia la pregò di dir tutto, crudamente.
– Mah, sai che da un pezzo non vuole più vedere nessuno.
– Dunque non vuol vederlo. Poi?
– Poi, lo scalone, tu sai, è chiuso, dacché tua cognata…
– Vuole allora ch’egli séguiti a salire per la scaletta della servitù. Poi?
La madre esitava più che mai. Non sapeva come dire alla figlia, che dopo il matrimonio non doveva più metter piede, neanche sola, nel palazzo.
– Per… per vederci, – balbettò, – quando… sì, poi… quando sarai sposata, verrò io, verrò io ogni giorno a casa tua.
Elisabetta prese una mano della madre e gliela baciò e gliela bagnò di lagrime, gemendovi sopra:
– Povera mamma… povera mamma…
– Sai? – riprese questa, – mi… mi ha fatto quasi ridere… Sai quanto tenga alla sua carrozza… bene, quella no, dice, quella no!
E come se questa fosse veramente una cosa da ridere, la vecchia mamma duchessa si mise a ridere, a ridere e a fingere che quelle scosse di riso le impedissero di seguitare a dire alla figlia quest’altra condizione che, via, non era altro che ridicola.
– Vuole che prenda a nolo, dice, una carrozzella per venire da te. Permette però che usciamo insieme, a passeggio, con questa… con quella no! con quella no! eh, quella… quella…
– Quanto mi vuol dare? – domandò Elisabetta.
La mamma finse ancora di non capire, o piuttosto, di non aver bene inteso, per prendere tempo e preparare quest’altra risposta, ch’era la più angustiosa.
– Di che? – disse.
– Di dote, mamma.
Era qui il punto. Non si faceva la minima illusione, Elisabetta. Sapeva che colui non la avrebbe sposata per altro. Aveva anche sette anni più di lui, e riconosceva che, già appassita, peggio! disseccata senz’essere stata mai in fiore, nel silenzio e nell’ombra di quella casa oppressa da tante cose morte, non aveva nulla, proprio nulla in sè, da suscitare e accendere il desiderio di un uomo. Senza il danaro, neppure l’ambizione di diventare – fosse pur soltanto di nome – genero del duca di Rosàbia, sarebbe valsa a fargliela accettare. Già glielo aveva lasciato intendere chiaramente, forse prevedendo che il duca non si sarebbe mai abbassato a considerarlo e a trattarlo da genero; oh, aveva avuto finanche l’ardire di confessarle che egli Fabrizio Pingiterra, essendo come il duchino di cui godeva l’amicizia, di, sentimenti democratici e liberali, quasi quasi faceva un sacrificio a imparentarsi con un patrizio d’idee così notoriamente retrive; ma che per lei lo faceva volentieri, per lei così mite e buona; unicamente per lei. – Cioè, unicamente per il danaro, – aveva ella tradotto fra sè, senza schifo né ribrezzo.

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