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SE… di Luigi Pirandello | Testo

Il Griffi contemplò un pezzo sua madre in silenzio. Le prime sviolinate d’un concerto di ciechi nel Caffè lo scossero, e si rivolse al Valdoggi.
– A Udine, dunque. Ti ricordi? io avevo domandato che mi s’ascrivesse o al reggimento di Udine, perché contavo, in qualche licenza d’un mese, di passare i confini (senza disertare), per visitare un po’ l’Austria… Vienna: dicono ch’è tanto bella!… e un po’ la Germania; oppure al reggimento di Bologna per visitar l’Italia di mezzo: Firenze, Roma… Nel peggior dei casi, rimanere a Potenza nel peggiore dei casi, bada! Orbene, il Governo mi lasciò a Potenza, capisci? A Potenza, a Potenza! Economie… economie… E si rovina, si assassina così un pover uomo!
Pronunziò quest’ultime parole con voce così cangiata e vibrante, con gesti così insoliti, che molti avventori si voltarono a guardarlo dai tavolini intorno, e qualcuno zittì.
La madre si destò di soprassalto e, accomodandosi in fretta il gran nodo sotto il mento, gli disse:
– Lao, Lao… ti prego, sii buono…
Il Valdoggi lo squadrò, tra stordito e stupito, non sapendo come regolarsi.
– Vieni, vieni Valdoggi, – riprese il Griffi, lanciando occhiatacce alla gente che si voltava. – Vieni… Alzati, mamma. Ti voglio raccontare… O paghi tu, o pago io… Pago io, lascia fare…
Il Valdoggi cercò d’opporsi, ma il Griffi volle pagar lui: si alzarono e si diressero tutti e tre verso Piazza dell’Indipendenza.
– A Vienna, – riprese il Griffi, appena si furono allontanati dal Caffè, – è come se io ci fossi stato veramente. Sì… Ho letto guide, descrizioni… ho domandato notizie, schiarimenti a viaggiatori che ci sono stati… ho veduto fotografie, panorami, tutto… posso insomma parlarne benissimo, quasi con cognizione di causa, come si dice. E così di tutti quei paesi della Germania che avrei potuto visitare, passando i confini, nel mio giretto d’un mese. Sì… Di Udine, poi, non ti parlo: ci sono stato addirittura; ci son voluto andare per tre giorni, e ho veduto tutto, tutto esaminato: ho cercato di viverci tre giorni la vita che avrei potuto viverci, se il Governo assassino non m’avesse lasciato a Potenza. Lo stesso ho fatto a Bologna. E tu non sai ciò che voglia dire vivere la vita che avresti potuto vivere, se un caso indipendente dalla tua volontà, una contingenza imprevedibile, non t’avesse distratto, deviato, spezzato talvolta l’esistenza, com’è avvenuto a me, capisci? a me…
– Destino! – sospirò a questo punto con gli occhi bassi la vecchia madre.
– Destino!… – si rivolse a lei il figlio, con ira. – Tu ripeti sempre codesta parola che mi dà ai nervi maledettamente, lo sai! Dicessi almeno imprevidenza, predisposizione… Quantunque, sì – la previdenza! a che ti giova? Si è sempre esposti, sempre, alla discrezione della sorte. Ma guarda, Valdoggi, da che dipende la vita d’un uomo… Forse non potrai intendermi bene neanche tu; ma immagina un uomo, per esempio, che sia costretto a vivere, incatenato, con un’altra creatura, contro la quale covi un intenso odio, soffocato ora per ora dalle più amare riflessioni: immagina! Oh, un bel giorno, mentre sei a colazione – tu qui, lei lì – conversando, ella ti narra che, quand’era bambina, suo padre fu sul punto di partire, poniamo, per l’America, con tutta la famiglia, per sempre; oppure, che mancò poco ella non restasse cieca per aver voluto un giorno ficcare il naso in certi congegni chimici del padre. Orbene: tu che soffri l’inferno a cagione di questa creatura, puoi sottrarti alla riflessione che, se un caso o l’altro (probabilissimi entrambi) fosse avvenuto, la tua vita non sarebbe quella che è: «Oh fosse avvenuto! Tu saresti cieca, mia cara; io non sarei certamente tuo marito!». E immagineresti, magari commiserandola, la sua vita da cieca e la tua da scapolo, o in compagnia di un’altra donna qualsiasi…
– Ma perciò ti dico che tutto è destino – disse ancora una volta, convintissima, senza scomporsi, la vecchierella, a occhi bassi, andando con passo pesante.
– Mi dai ai nervi! – urlò questa volta, nella piazza deserta, Lao Griffi. – Tutto ciò che avviene doveva dunque fatalmente avvenire? Falso! Poteva non avvenire, se… E qui mi perdo io: in questo se! Una mosca ostinata che ti molesti, un movimento che tu fai per scacciarla, possono di qui a sei, a dieci, a quindici anni, divenir causa per te di chi sa quale sciagura. Non esagero, non esagero! È certo che noi, vivendo, guarda, esplichiamo – così – lateralmente, forze imponderate, inconsiderate – oh, premetti questo. Da per sé, poi, queste forze si esplicano, si svolgono latenti, e ti tendono una rete, un’insidia che tu non puoi scorgere, ma che alla fine t’avviluppa, ti stringe, e tu allora ti trovi preso, senza saperti spiegar come e perché. E così! I piaceri d’un momento, i desiderii immediati ti s’impongono, è inutile! La natura stessa dell’uomo, tutti i tuoi sensi te li reclamano così spontaneamente e imperiosamente, che tu non puoi loro resistere; i danni, le sofferenze che possono derivarne non ti s’affacciano al pensiero con tal precisione, né la tua immaginativa può presentir questi danni, queste sofferenze, con tanta forza e tale chiarezza, che la tua inclinazione irresistibile a soddisfar quei desiderii, a prenderti quei piaceri ne è frenata. Se talvolta, buon Dio, neppure la coscienza dei mali immediati è ritegno che basti contro ai desiderii! Noi siamo deboli creature… Gli ammaestramenti, tu dici, dell’esperienza altrui? Non servono a nulla. Ciascuno può pensare che l’esperienza è frutto che nasce secondo la pianta che lo produce e il terreno in cui la pianta è germogliata; e se io mi credo, per esempio, rosajo nato a produr rose, perché debbo avvelenarmi col frutto attossicato colto all’albero triste della vita altrui? No, no. – Noi siamo deboli creature… – Non destino, dunque, né fatalità. Tu puoi sempre risalire alla causa de’ tuoi danni o delle tue fortune; spesso, magari, non la scorgi; ma non di meno la causa c’è: o tu o altri, o questa cosa o quella.

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