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IL TRENO HA FISCHIATO di Luigi Pirandello | Testo e riassunto

C’era, ah! c’era, fuori di quella casa orrenda, fuori di tutti i suoi tormenti, c’era il mondo, tanto, tanto mondo lontano, a cui quel treno s’avviava… Firenze, Bologna, Torino, Venezia… tante città, in cui egli da giovine era stato e che ancora, certo, in quella notte sfavillavano di luci sulla terra. Sì, sapeva la vita che vi si viveva! La vita che un tempo vi aveva vissuto anche lui!. E seguitava, quella vita; aveva sempre seguitato, mentr’egli qua, come una bestia bendata, girava la stanga del molino. Non ci aveva pensato più! Il mondo s’era chiuso per lui, nel tormento della sua casa, nell’arida, ispida angustia della sua computisteria… Ma ora, ecco, gli rientrava, come per travaso violento, nello spirito. L’attimo, che scoccava per lui, qua, in questa sua prigione, scorreva come un brivido elettrico per tutto il mondo, e lui con l’immaginazione d’improvviso risvegliata poteva, ecco, poteva seguirlo per città note e ignote, lande, montagne, foreste, mari… Questo stesso brivido, questo stesso palpito del tempo. C’erano, mentr’egli qua viveva questa vita «impossibile», tanti e tanti milioni d’uomini sparsi su tutta la terra, che vivevano diversamente. Ora, nel medesimo attimo ch’egli qua soffriva, c’erano le montagne solitarie nevose che levavano al cielo notturno le azzurre fronti… Sì, sì, le vedeva, le vedeva, le vedeva così… c’erano gli oceani… le foreste…
E, dunque, lui – ora che il mondo gli era rientrato nello spirito – poteva in qualche modo consolarsi! Sì, levandosi ogni tanto dal suo tormento, per prendere con l’immaginazione una boccata d’aria nel mondo.
Gli bastava!
Naturalmente, il primo giorno, aveva ecceduto. S’era ubriacato. Tutto il mondo, dentro d’un tratto: un cataclisma. A poco a poco, si sarebbe ricomposto. Era ancora ebro della troppa troppa aria, lo sentiva.
Sarebbe andato, appena ricomposto del tutto, a chiedere scusa al capo-ufficio, e avrebbe ripreso come prima la sua computisteria. Soltanto il capo-ufficio ormai non doveva pretender troppo da lui come per il passato: doveva concedergli che di tanto in tanto, tra una partita e l’altra da registrare, egli facesse una capatina, sì, in Siberia… oppure oppure… nelle foreste del Congo:
– Si fa in un attimo, signor Cavaliere mio. Ora che il treno ha fischiato…


Riassunto:
Belluca è un contabile molto mansueto e diligente che nella sua vita oltre a dover sopportare i soprusi del suo capo e dei colleghi, che lo stuzzicano di continuo per cercare una sua reazione, ha anche a carico una situazione familiare molto difficile, in quanto deve badare alla moglie, alla suocera e alla sorella della suocera, tutte e tre cieche, alle due figlie vedove e ai sette nipoti. Tale condizione lo obbliga a lavorare anche la sera come copista di documenti.

Una sera, dopo il lavoro a casa, non riesce ad addormentarsi e mentre aspetta il sonno sente il fischio di un treno a cui non aveva mai fatto caso. Questo suono inaspettato gli spalanca le porte della fantasia e con l’immaginazione l’uomo riesce a rivedere il mondo che lo circonda; quel mondo della cui esistenza si era scordato.

Il giorno seguente in ufficio, Belluca non accetta più i rimproveri del capo, si ribella e si giustifica parlando a tutti del fischio del treno. I suoi colleghi non sono proprio abituati ad una sua qualsiasi reazione. Non capiscono a cosa si riferisca, pensano si sia ammattito e lo portano quindi in una casa di cura.

Solo un suo vicino, conoscendo la sua situazione, capisce che Belluca non è impazzito: ha solo trovato un modo per sopportare meglio le pressioni e l’insostenibilità della sua vita.

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