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TUTT’E TRE di Luigi Pirandello | Testo e riassunto

Re di quel borgo era un antico massaro, il quale aveva avuto la fortuna di trovare nelle alture d’una sua terra sterile, scabra d’affioramenti schistosi, una delle più ricche zolfare di Sicilia, accortamente fin da principio ceduta a ottime condizioni a un appaltatore belga, venuto nell’isola in cerca d’un buon investimento di capitali per conto d’una società industriale del suo paese.
Senza un mal di capo, quel massaro aveva accumulato così, in una ventina d’anni, una ricchezza sbardellata, di cui egli stesso non s’era mai saputo render conto con precisione, rimasto a vivere in campagna da contadino tra le sue bestie, coi cerchietti d’oro agli orecchi e vestito d’albagio come prima. Solo che s’era edificata una casa bella grande, accanto all’antica masseria; e in quella casa s’aggirava impacciato e come sperduto, la sera, quando veniva a raggiungere, dopo i lavori campestri, l’unica figliuola e una vecchia sorella più zotiche di lui e così ignare o non curanti della loro fortuna, che ancora seguitavano a vender le uova delle innumerevoli galline, davanti al cancello, alle donnicciuole che si recavano poi coi panieri a rivenderle in città.
La figlia Vittoria – o Bittò, come il padre la chiamava, – rossa di pelo, gigantesca come la madre morta nel darla alla luce, fino a trent’anni non aveva mai avuto un pensiero per sé, tutta intesa, col padre, ai lavori della campagna, al governo della masseria, alla vendita dei raccolti ammontati nei vasti magazzini polverosi, di cui teneva appese alla cintola le chiavi, bruciata dal sole e sudata, sempre con qualche festuca di paglia tra i cerfugli arruffati.
Da quello stato la aveva tolta per condurla in città, baronessa, don Francesco di Paola Vivona.
Gran signore spiantato e bellissimo uomo, costui, degli ultimi resti della sua fortuna s’era servito per comperarsi una magnifica coda di pavone; il prestigio, voglio dire, di una pomposa appariscenza, per cui era da tutti ammirato e rispettato e in ogni occasione chiamato all’onore di rappresentar la cittadinanza, che più volte lo aveva eletto sindaco.
Donna Bittò n’era rimasta abbagliata fin dal primo vederlo. Aveva subito compreso per qual ragione fosse stata chiesta in moglie, e anziché adontarsene, aveva stimato più che giusto, che una donna come lei pagasse con molti denari l’onore di diventare, anche di nome soltanto, Baronessa, e moglie d’un uomo come quello.
– Cicciuzzo è barone! Cicciuzzo è uomo fino! Non può dormire con me, Cicciuzzo! – diceva alle serve che le domandavano perché, moglie, da dieci anni si acconciava a dormir divisa dal marito. – Dorme come un angelo Cicciuzzo il barone; non si sente nemmeno fiatare; io dormo invece con la bocca aperta e ronfo troppo forte; ecco perché!
Convinta com’era di non poter bastare a lui, di non aver niente in sé per attirare, non già l’amore, ma neanche la considerazione di un uomo così bello, così grande, così fino, paga e orgogliosa della benignità di lui, non si dava pensiero dei tradimenti se non per il fatto che potevano nuocergli alla salute. Che tutte le donne desiderassero l’amore di lui, le solleticava anzi l’amor proprio; era per lei quasi una soddisfazione, perché infine la moglie era lei, davanti a Dio e davanti agli uomini; la Baronessa era lei; lei aveva potuto comperarselo, questo onore, e le altre no. C’era poco da dire.
Una sola cosa, in quei dieci anni, la aveva amareggiata: il non aver potuto dargli un figliuolo, a Cicciuzzo il barone. Ma saputo alla fine che egli era riuscito ad averlo da un’altra, da una certa Nicolina, figlia del giardiniere che aveva piantato e andava tre volte la settimana a curare i fiori nel giardino di Filomena, anche di questo s’era consolata. E tanto aveva detto e fatto, che da due mesi Nicolina era col bambino nel palazzo, ed ella la serviva amorosamente, non solo per riguardo di quell’angioletto ch’era tutto il ritratto di papà, ma anche per una viva tenerezza da cui subito s’era sentita prendere per quella buona figliuola timida timida e bellina, la quale certo per inesperienza s’era lasciata sedurre da quel gran birbante di Cicciuzzo il barone e dalle male arti di quella puttanaccia di Filomena. La voleva compensare della gioja che le aveva dato, mettendo al mondo quel bambinello tant’anni invano sospirato dal Barone. Poco le importava che gliel’avesse dato un’altra. L’importante era questo: che ormai c’era e che era figlio di Cicciuzzo il barone.

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