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UNA SFIDA di Luigi Pirandello | Testo e riassunto

Ma poi anche Jo Kutz aveva forse da sorridere così ai suoi pensieri. Poteva anche essere innamorato, sebbene in tarda età. E forse da tutti quei lamenti s’astraeva in un beato silenzio ch’era soltanto della sua anima bennata.
Ora, una notte che la corsia era insolitamente calma e lui solo, Jacob Shwarb, soffriva di non trovar più requie un momento in quel letto che da due mesi sapeva tutti i suoi tormenti, era appunto di guardia questo sorvegliante Jo Kurtz.
Spente tutte le lampade, tranne quella per il sorvegliante, riparata da una vèntola di mantino verde sul tavolino della parete di fondo, un gran chiaro di luna entra da tutti i finestroni della corsia e segnatamente da quello più grande, aperto, nel mezzo della parete dirimpetto.
Comprimendo quanto più può gli spasimi Jacob Shwarb osserva dal suo letto Jo Kurtz seduto davanti al tavolino con la faccia d’avorio illuminata dalla lampada e, per quanto abbia in odio l’umanità, si domanda come si possa sorridere a quel modo, come si possa restare così indifferente, stando di guardia ad una corsia d’ospedale dove un ammalato si dibatta come si dibatte lui; in un orgasmo crescente di punto in punto fin quasi a farlo diventar pazzo, pazzo, pazzo. All’improvviso, chi sa come, gli salta in mente un’idea: quella di vedere se Jo Kurtz rimarrà così, se ora lui lascia il letto e va a buttarsi da quel finestrone aperto in fondo alla corsia.
Non vede ancor chiaro da che sorga propriamente in lui così d’improvviso questa idea: se più dall’esasperazione ormai incontenibile della sua sofferenza, che gli appare ferocemente ingiusta in quella notte di calma di tutta la corsia, o più dal dispetto che gli fa Jo Kurtz.
Fino al momento di lasciare il letto non sa ancor bene se la sua vera intenzione sia quella d’andarsi a buttare dalla finestra o non piuttosto di mettere a prova quella indifferenza di Jo Kurtz, di sfidare quella sorridente placidità per il disperato bisogno d’offrirsi uno sfogo con lui: con lui che certamente ha l’obbligo d’accorrere a trattenerlo, vedendogli lasciare il letto senza prima averne ottenuto il permesso.
Il fatto è che Jacob Shwarb butta all’aria le coperte e springa ritto in piedi, proprio in atto di sfida, sotto gli occhi di Jo Kurtz. Ma Jo Kurtz non solo non si muove dal tavolino, ma non si scompone nemmeno.
D’agosto, fa un gran caldo. Può credere che l’ammalato voglia andare a prendere un po’ d’aria alla finestra.
Tutti sanno che lui, Jo Kurtz, è di manica larga e indulgente verso gli ammalati che trasgrediscono a certe inutili prescrizioni dei medici.
Forse, a osservar bene addentro, si potrebbe scoprire in quel suo sorriso che lui chiuderebbe un occhio, anche se indovinasse che l’intenzione dell’ammalato è proprio quella d’andarsi a buttare dalla finestra.
Ha forse il diritto d’impedirglielo, lui Jo Kurtz, se poverino quell’ammalato soffre da non poterne più? Lui ne ha, se mai, solo il dovere, perché quell’ammalato è sotto la sua sorveglianza. Ma potendo seguitare a supporre che l’ammalato abbia lasciato il letto solo per un momentaneo refrigerio, ecco che la sua coscienza è a posto, può render ragione di non essersi mosso; e l’ammalato poi faccia quello che vuole: se vuol togliersi la vita, se la tolga pure; è affare suo.
Intanto Jacob Shwarb s’aspetta d’esser trattenuto, prima d’arrivare al finestrone in fondo alla corsia; è già quasi per arrivarci, e si volta fremente di rabbia a guardare Jo Kurtz: lo vede ancor là, seduto impassibile al suo tavolino, e tutt’a un tratto si sente come disarmato: non sa più né andare avanti né tornare indietro.
Jo Kurtz seguita a sorridergli, non per fargli dispetto, ma per fargli comprendere che capisce benissimo che un ammalato può aver tante necessità di lasciare momentaneamente il letto: basta che ne domandi, anche con un piccolo segno, il permesso. Ora può senz’altro interpretare che con quel suo fermarsi a guardarlo l’ammalato gliel’abbia chiesto; china più volte la testa per dirgli che sta bene e gli fa cenno con la mano che vada pure, vada pure.
È per Jacob Shwarb, il colmo del dileggio, la risposta più insolente alla sua sfida. Ruggendo, leva i pugni, digrigna i denti, corre verso il finestrone e si precipita giù.
Non muore. Si spezza le gambe; si spezza un braccio e due costole; si ferisce anche gravemente alla testa. Ma, raccolto e curato, guarisce di tutte le sue ferite non solo, ma per uno di quei miracoli che sogliono operare certi violenti insulti nervosi guarisce anche della malattia di fegato. Dovrebbe ringraziare Iddio, se anche a costo di tutte quelle ferite è scampato, fuggendo così precipitosamente per la finestra, alla morte che gli era forse riserbata, se fosse rimasto ad aspettarla fra i tormenti all’ospedale. Nossignori. Appena guarito, consulta un avvocato e cita l’Israel Zion Hospital a pagargli venti mila dollari di danni per le ferite riportate nella caduta.

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