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DI NOTTE di Grazia Deledda

– Sarò breve. Cosema mi promise delle prove, poi, tutto ad un tratto, si mise a piangere disperatamente, singhiozzando.
«Ebbene, – chiesi io sorpreso, – e ora perché piangi?…».
In realtà, non potevo trattenermi neppur io, e un nodo mi serrava la gola. Credevo e non credevo a ciò che Cosema m’aveva detto e mentre sentivo una pazza voglia di schiaffeggiarla, avrei voluto baciarla dicendole: «T’amo e disprezzo Simona!…»
«Perdonami… perdonami… – ripeteva essa con la voce rotta dal pianto. – So che non puoi amarmi, che ami quella… Perdonami se non ho potuto resistere… ma ti amo tanto… ma sento morirmi… ma se tu non avrai pietà di me accadrà qualcosa di fatale…»
«Cosema, Cosema – le dicevo io, – come puoi tu amarmi? Io sono povero, e i tuoi parenti, anche se io t’amassi, non acconsentirebbero».
«Io non ho parenti! Son padrona di me e farò ciò che mi piacerà. Ma tu non puoi, non vuoi amarmi, tu ami quella… – e accentava con disprezzo la parola quella – tu mi lascierai morire…»
«Oh, Elias, se tu sapessi come soffro! Ti ho amato dal primo vederti e subito mi accorsi che la tua entrata in casa mia doveva portarmi la morte! Ma io non ti chiedo nulla, nulla. Se vuoi andartene vattene, ma ricordati di me… Fa conto di non aver inteso nulla dalle mie labbra e sposa Simona, ma quando sarai infelice rammentati che io sono più infelice di te…»
Così Cosema parlò lung’ora, sempre china su me, bruciandomi il volto col suo alito ardente, bagnandomi le mani con le sue lagrime. Non sapevo in qual mondo mi fossi e mi morsicavo le labbra, rattenendo a stento il pianto e le bestemmie che in pari tempo mi salivano dal cuore che mi saltava in bocca.
Il fuoco si spense e rimanemmo all’oscuro.
«Addio, addio!… – disse Cosema. – Ora me ne vado. Domani partirai e non ci vedremo più. Ricordati di me, Elias, ricordati. Addio, addio… Vattene pure; io non ti chiedo nulla!…»
Non mi chiedeva nulla, ma intanto mi copriva il volto di baci e di lagrime; lagrime che parevano goccie di piombo liquido; baci lunghi, pazzi, che mi bruciavano le labbra, gli occhi, le guancie, che finirono col togliermi la ragione rimastami.
«Cosema, – dissi con voce rauca, stringendole la testa fra le mani e ricambiandole i suoi baci, – t’amo e rimarrò!…»
– Due giorni dopo, – conchiuse Elias, – un prete venne in casa di Cosema e ci sposò, segretamente. Io avevo sempre la febbre e operavo automaticamente, senza quasi avvedermi di nulla.
Lo stesso giorno si fecero le pubblicazioni e tre settimane dopo davanti alla legge ero per sempre legato a Cosema. Sicché, quando passati i primi ardori, ritornai in me, e mi avvidi del mal fatto, e mi convinsi che le voci correnti sul conto di Simona erano vere calunnie, era troppo tardi!
– E chi ci assicura che tutta questa storia non sia una fiaba?… – esclamò Tanu con voce terribile.
Elias chinò il capo e nei suoi occhi morì la speranza. Dal volto dei suoi giustizieri, niente commossi dalle sue parole, egli vedeva la sua condanna, e provava il sovrumano strazio del condannato a morte nel fior degli anni, ma non voleva dimostrarlo per non parer vile.
– È vero! – disse. – Nessuno può difendermi…
Rivolse uno sguardo a Simona, ma gli occhi della giovine erano lontani dai suoi, e d’altronde? Anche volendolo essa non avrebbe potuto salvarlo.
– Tu morrai! – sentenziò cupamente il padre.
Si fece un lungo silenzio. La sorte di Elias era decisa; egli non doveva uscire da quella casa fatale dove dieci anni prima aveva passato tante ore felici. La storia di Cosema non aveva punto alterato i cruenti propositi della famiglia da lui disonorata, e il fucile brillava sempre nelle mani di Pietro, che si considerava la causa primiera della sventura di sua sorella.
E poi ora era una questione di vita o di morte. Perdonando Elias essi si perdevano perché egli si sarebbe certamente vendicato di quella terribile notte, vendicato a dovere, possente e ricco come egli era. Dunque doveva morire.
Nessun fremito di paura o di esitazione passava in quei cuori induriti da una vita aspra e stentata, che avevano per religione la vendetta, l’odio per Dio.
Una notte essi avevano giurato, intorno a quello stesso focolare, su quel medesimo fuoco che mai non si spegneva, di lavare col sangue l’offesa ricevuta, e, attesa per mesi ed anni, finalmente giungeva l’ora sognata.
E si accingevano a uccidere un uomo con un raccoglimento quasi religioso, sicuri di fare un dovere, convinti di mancarvi se perdonavano, a fronte alta, davanti a quel Dio di cui ignoravano le massime, che supponevano crudele al pari di loro…
– Vattene!… – disse Pietro a Simona.
– No, rimango sino all’ultimo!… – rispose la giovine con voce ferma che fece trasalire vivamente Elias.
Pietro alzò il fucile…
Il vento, la pioggia, i tuoni scrosciavano fuori con indicibile fragore; parevano urli umani e rovinare di montagne; la giusta ira di Dio per il delitto che consumavasi in quella casa nera e desolata, abitata da demoni in vesta d’uomini.
Pietro mirò Elias; ma mentre stava per calcare il grilletto un colpo secco e sonoro, che non era certo causato dal vento, batté sulla porticina sprangata che dava sul cortile. Si guardarono tutti spaventati, le labbra pallide, il cuore immoto, e il fucile ricadde sulle ginocchia di Pietro.
Chi poteva essere? Erano dunque scoperti… perduti?…
Ma repente Simona si alzò di scatto e gridando con terrore – Gabina! Gabina!… – si slanciò verso la porta, a salti, fremendo, come una iena ferita, e aprì…

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