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NAUFRAGIO di Edmondo De Amicis

Dopo cominciarono a discorrere del mare e della gente che avevano intorno. Per tutta la giornata stettero vicini, barattando tratto tratto qualche parola. I passeggieri, li credevano fratello e sorella. La bambina faceva la calza, il ragazzo pensava, il mare andava sempre ingrossando. La sera, al momento di separarsi per andar a dormire, la bambina disse a Mario: – Dormi bene. – Nessuno dormirà bene, poveri figliuoli – esclamò il marinaio italiano passando di corsa, chiamando il capitano. Il ragazzo stava per rispondere alla sua amica: – Buona notte, – quando uno spruzzo d’acqua inaspettato lo investì con violenza e lo sbatté contro un sedile. – Mamma mia, che fa sangue! – gridò la ragazza gettandosi sopra di lui. I passeggieri che scappavano sotto, non ci badarono. La bimba s’inginocchiò accanto a Mario, ch’era rimasto sbalordito dal colpo, gli pulì la fronte che sanguinava, e levatosi il fazzoletto rosso dai capelli glie lo girò intorno al capo, poi si strinse il capo sul petto per annodare le cocche, e così si fece una macchia di sangue sul vestito giallo, sopra la cintura. Mario si riscosse, si rialzò. – Ti senti meglio? – domandò la ragazza. – Non ho più nulla, – rispose. – Dormi bene, disse Giulietta. – Buona notte – rispose Mario. – E discesero per due scalette vicine nei loro dormitori.

Il marinaio aveva predetto giusto. Non erano ancora addormentati, che si scatenò una tempesta spaventosa. Fu come un assalto improvviso di cavalloni furiosi che in pochi momenti spezzarono un albero, e portaron via come foglie tre delle barche sospese alle gru e quattro bovi ch’erano a prua. Nell’interno del bastimento nacque una confusione e uno spavento, un rovinìo, un frastuono di grida, di pianti e di preghiere, da far rizzare i capelli. La tempesta andò crescendo di furia tutta la notte. Allo spuntar del giorno crebbe ancora. Le onde formidabili, flagellando il piroscafo per traverso, irrompevano sopra coperta, e sfracellavano, spazzavano, travolgevano nel mare ogni cosa. La piattaforma che copriva la macchina fu sfondata, e l’acqua precipitò dentro con un fracasso terribile, i fuochi si spensero, i macchinisti fuggirono; grossi rigagnoli impetuosi penetrarono da ogni parte. Una voce tonante gridò: – Alle pompe! – Era la voce del capitano. I marinai si slanciarono alle pompe. Ma un colpo di mare subitaneo, percotendo il bastimento per di dietro, sfasciò parapetti e portelli, e cacciò dentro un torrente.

Tutti i passeggieri, più morti che vivi, s’erano rifugiati nella sala grande.
A un certo punto comparve il capitano.
– Capitano! Capitano! – gridarono tutti insieme. – Che si fa? Come stiamo? C’è speranza? Ci salvi!
Il capitano aspettò che tutti tacessero, e disse freddamente: – Rassegniamoci.

Una sola donna gettò un grido: – Pietà! – Nessun altro poté metter fuori la voce. Il terrore li aveva agghiacciati tutti. Molto tempo passò così, in un silenzio di sepolcro. Tutti si guardavano, coi visi bianchi. Il mare infuriava sempre, orrendo. Il bastimento rullava pesantemente. A un dato momento il capitano tentò di lanciare in mare una barca di salvamento: cinque marinai v’entrarono, la barca calò; ma l’onda la travolse, e due dei marinai s’annegarono, fra i quali l’italiano: gli altri a stento riuscirono a riafferrarsi alle corde e a risalire.

Dopo questo i marinai medesimi perdettero ogni coraggio. Due ore dopo, il bastimento era già immerso nell’acqua fino all’altezza dei parasartie.

Uno spettacolo tremendo si presentava intanto sopra coperta. Le madri si stringevano disperatamente al seno i figliuoli, gli amici si abbracciavano e si dicevano addio: alcuni scendevan sotto nelle cabine, per morire senza vedere il mare. Un viaggiatore si tirò un colpo di pistola al capo, e stramazzò bocconi sulla scala del dormitorio, dove spirò. Molti s’avvinghiavano freneticamente gli uni agli altri, delle donne si scontorcevano in convulsioni orrende. Parecchi stavano inginocchiati intorno al prete. S’udiva un coro di singhiozzi, di lamenti infantili, di voci acute e strane, e si vedevan qua e là delle persone immobili come statue, istupidite, con gli occhi dilatati e senza sguardo, delle facce di cadaveri e di pazzi. I due ragazzi, Mario e Giulietta, avviticchiati a un albero del bastimento, guardavano il mare con gli occhi fissi, come insensati.

Il mare s’era quetato un poco; ma il bastimento continuava a affondare, lentamente. Non rimanevan più che pochi minuti.
– La scialuppa a mare! – gridò il capitano.
Una scialuppa, l’ultima che restava, fu gettata all’acqua, e quattordici marinai, con tre passeggieri, vi scesero.

Il capitano rimase a bordo.
– Discenda con noi! – gridarono di sotto.
– Io debbo morire al mio posto, – rispose il capitano.
– Incontreremo un bastimento, – gli gridarono i marinai, – ci salveremo. Discenda. Lei è perduto.
– Io rimango.

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