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DAGLI APPENNINI ALLE ANDE di Edmondo De Amicis

Era mezzanotte; e il suo povero Marco, dopo aver passato molte ore sulla sponda d’un fosso, stremato di forze, camminava allora attraverso a una foresta vastissima di alberi giganteschi, mostri della vegetazione, dai fusti smisurati, simili a pilastri di cattedrali, che intrecciavano a un’altezza meravigliosa le loro enormi chiome inargentate dalla luna. Vagamente, in quella mezza oscurità, egli vedeva miriadi di tronchi di tutte le forme, ritti, inclinati, scontorti, incrociati in atteggiamenti strani di minaccia e di lotta; alcuni rovesciati a terra, come torri cadute tutte d’un pezzo, e coperti d’una vegetazione fitta e confusa, che pareva una folla furente che se li disputasse a palmo a palmo; altri raccolti in grandi gruppi, verticali e serrati come fasci di lancie titaniche, di cui la punta toccasse le nubi; una grandezza superba, un disordine prodigioso di forme colossali, lo spettacolo più maestosamente terribile che gli avesse mai offerto la natura vegetale. A momenti lo prendeva un grande stupore. Ma subito l’anima sua si rilanciava verso sua madre. Ed era sfinito, coi piedi che facevan sangue, solo in mezzo a quella formidabile foresta, dove non vedeva che a lunghi intervalli delle piccole abitazioni umane, che ai piedi di quegli alberi parevan nidi di formiche, e qualche bufalo addormentato lungo la via; era sfinito, ma non sentiva la stanchezza; era solo, e non aveva paura. La grandezza della foresta ingrandiva l’anima sua; la vicinanza di sua madre gli dava la forza e la baldanza d’un uomo; la ricordanza dell’oceano, degli sgomenti, dei dolori sofferti e vinti, delle fatiche durate, della ferrea costanza spiegata, gli facea, alzare la fronte; tutto il suo forte e nobile sangue genovese gli rifluiva al cuore in un’onda ardente d’alterezza e d’audacia. E una cosa nuova seguiva in lui: che mentre fino allora aveva portata nella mente un’immagine della madre oscurata e sbiadita un poco da quei due anni di lontananza, in quei momenti quell’immagine gli si chiariva; egli rivedeva il suo viso intero e netto come da lungo tempo non l’aveva visto più; lo rivedeva vicino, illuminato, parlante; rivedeva i movimenti più sfuggevoli dei suoi occhi e delle sue labbra, tutti i suoi atteggiamenti, tutti i suoi gesti, tutte le ombre dei suoi pensieri; e sospinto da quei ricordi incalzanti, affrettava il passo; e un nuovo affetto, una tenerezza indicibile gli cresceva, gli cresceva nel cuore, facendogli correre giù pel viso delle lacrime dolci e quiete; e andando avanti nelle tenebre, le parlava, le diceva le parole che le avrebbe mormorate all’orecchio tra poco: – Son qui, madre mia, eccomi qui, non ti lascerò mai più; torneremo a casa insieme, e io ti starò sempre accanto sul bastimento, stretto a te, e nessuno mi staccherà mai più da te, nessuno, mai più, fin che avrai vita! – E non s’accorgeva intanto che sulle cime degli alberi giganteschi andava morendo la luce argentina della luna nella bianchezza delicata dell’alba.

Alle otto di quella mattina il medico di Tucuman, – un giovane argentino – era già al letto della malata, in compagnia d’un assistente, a tentare per l’ultima volta di persuaderla a lasciarsi operare; e con lui ripetevano le più calde istanze l’ingegnere Mequinez e la sua signora. Ma tutto era inutile. La donna, sentendosi esausta di forze, non aveva più fede nell’operazione; essa era certissima o di morire sull’atto o di non sopravvivere che poche ore, dopo d’aver sofferto invano dei dolori più atroci di quelli che la dovevano uccidere naturalmente. Il medico badava a ridirle: – Ma l’operazione è sicura, ma la vostra salvezza è certa, purché ci mettiate un po’ di coraggio! Ed è egualmente certa la vostra morte se vi rifiutate! – Eran parole buttate via. – No, – essa rispondeva, con la voce fioca, – ho ancora coraggio per morire; ma non ne ho più per soffrire inutilmente. Grazie, signor dottore. È destinato così. Mi lasci morir tranquilla. – Il medico, scoraggiato, desistette. Nessuno parlò più. Allora la donna voltò il viso verso la padrona, e le fece con voce di moribonda le sue ultime preghiere. – Cara, buona signora, – disse a gran fatica, singhiozzando, – lei manderà quei pochi denari e le mie povere robe alla mia famiglia… per mezzo del signor Console. Io spero che sian tutti vivi. Il cuore mi predice bene in questi ultimi momenti. Mi farà la grazia di scrivere… che ho sempre pensato a loro, che ho sempre lavorato per loro… per i miei figliuoli… e che il mio solo dolore fu di non rivederli più… ma che son morta con coraggio… rassegnata… benedicendoli; e che raccomando a mio marito… e al mio figliuolo maggiore… il più piccolo, il mio povero Marco… che l’ho avuto in cuore fino all’ultimo momento… – Ed esaltandosi tutt’a un tratto, gridò giungendo le mani: – Il mio Marco! Il mio bambino! La vita mia!… – Ma girando gli occhi pieni di pianto, vide che la padrona non c’era più: eran venuti a chiamarla furtivamente. Cercò il padrone: era sparito. Non restavan più che le due infermiere e l’assistente. Si sentiva nella stanza vicina un rumore affrettato di passi, un mormorio di voci rapide e sommesse, e d’esclamazioni rattenute. La malata fissò sull’uscio gli occhi velati, aspettando. Dopo alcuni minuti vide comparire il medico, con un viso insolito; poi la padrona e il padrone, anch’essi col viso alterato. Tutti e tre la guardarono con un’espressione singolare, e si scambiarono alcune parole a bassa voce. Le parve che il medico dicesse alla signora: – Meglio subito. – La malata non capiva.

– Josefa, – le disse la padrona con la voce tremante. – Ho una buona notizia da darvi. Preparate il cuore a una buona notizia.

La donna la guardò attentamente.

– Una notizia, – continuò la signora, sempre più agitata, – che vi darà una grande gioia.

La malata dilatò gli occhi.

– Preparatevi, – proseguì la padrona, – a vedere una persona… a cui volete molto bene.

La donna alzò il capo con un scatto vigoroso, e cominciò a guardare rapidamente ora la signora ora l’uscio, con gli occhi sfolgoranti.

– Una persona, – soggiunse la signora, impallidendo, – arrivata or ora… inaspettatamente.

– Chi è? – gridò la donna con una voce strozzata e strana, come di persona spaventata.

Un istante dopo gittò un grido altissimo, balzando a sedere sul letto, e rimase immobile, con gli occhi spalancati e con le mani alle tempie, come davanti a un’apparizione sovrumana.

Marco, lacero e polveroso, era là ritto sulla soglia, trattenuto per un braccio dal dottore.

La donna urlò tre volte: – Dio! Dio! Dio mio!

Marco si slanciò avanti, essa protese le braccia scarne, e serrandolo al seno con la forza d’una tigre, scoppiò in un riso violento, rotto da profondi singhiozzi senza lagrime, che la fecero ricader soffocata sul cuscino.

Ma si riprese subito e gridò pazza di gioia, tempestandogli il capo di baci: – Come sei qui? Perché? Sei tu? Come sei cresciuto! Chi t’ha condotto? Sei solo? Non sei malato? Sei tu, Marco! Non è un sogno! Dio mio! Parlami! – Poi cambiando tono improvvisamente: – No! Taci! Aspetta! – E voltandosi verso il medico, a precipizio: – Presto, subito, dottore. Voglio guarire. Son pronta. Non perda un momento. Conducete via Marco che non senta. Marco mio, non è nulla. Mi racconterai. Ancora un bacio. Va. Eccomi qui, dottore.

Marco fu portato via. I padroni e le donne uscirono in fretta; rimasero il chirurgo e l’assistente, che chiusero la porta.

Il signor Mequinez tentò di tirar Marco in una stanza lontana; ma fu impossibile; egli parea inchiodato al pavimento.

– Cosa c’è? – domandò. – Cos’ha mia madre? Cosa le fanno?

E allora il Mequinez, piano, tentando sempre di condurlo via: – Ecco. Senti. Ora ti dirò. Tua madre è malata, bisogna farle una piccola operazione, ti spiegherò tutto, vieni con me.

– No, – rispose il ragazzo, impuntandosi, – voglio star qui. Mi spieghi qui.

L’ingegnere ammontava parole su parole, tirandolo: il ragazzo cominciava a spaventarsi e a tremare.

A un tratto un grido acutissimo, come il grido d’un ferito a morte, risonò in tutta la casa.

Il ragazzo rispose con un altro grido disperato: – Mia madre è morta!

Il medico comparve sull’uscio e disse: – Tua madre è salva.

Il ragazzo lo guardò un momento e poi si gettò ai suoi piedi singhiozzando: – Grazie dottore!

Ma il dottore lo rialzò d’un gesto, dicendo: – Levati!… Sei tu, eroico fanciullo, che hai salvato tua madre.

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