Footer menù

DAGLI APPENNINI ALLE ANDE di Edmondo De Amicis

Povero Marco, s’egli avesse potuto vedere in quale stato si trovava sua madre in quel punto, avrebbe fatto uno sforzo sovrumano per camminare ancora, e arrivar da lei qualche ora prima. Era malata, a letto, in una camera a terreno d’una casetta signorile, dove abitava tutta la famiglia Mequinez; la quale le aveva posto molto affetto e le faceva grande assistenza. La povera donna era già malaticcia quando l’ingegnere Mequinez aveva dovuto partire improvvisamente da Buenos Aires, e non s’era punto rimessa colla buon’aria di Cordova. Ma poi, il non aver più ricevuto risposta alle sue lettere né dal marito né dal cugino, il presentimento sempre vivo di qualche grande disgrazia, l’ansietà continua in cui era vissuta, incerta tra il partire e il restare, aspettando ogni giorno una notizia funesta, l’avevano fatta peggiorare fuor di modo. Da ultimo, le s’era manifestata una malattia gravissima: un’ernia intestinale strozzata. Da quindici giorni non s’alzava da letto. Era necessaria un’operazione chirurgica per salvarle la vita. E in quel momento appunto, mentre il suo Marco la invocava, stavano accanto al suo letto il padrone e la padrona di casa, a ragionarla con molta dolcezza perché si lasciasse operare, ed essa persisteva nel rifiuto, piangendo. Un bravo medico di Tucuman era già venuto la settimana prima, inutilmente. – No, cari signori – essa diceva, – non mette conto; non ho più forza di resistere; morirei sotto i ferri del chirurgo. È meglio che mi lascino morir così. Non ci tengo più alla vita oramai. Tutto è finito per me. È meglio che muoia prima di sapere cos’è accaduto alla mia famiglia. – E i padroni a dirle di no, che si facesse coraggio, che alle ultime lettere mandate a Genova direttamente avrebbe ricevuto risposta, che si lasciasse operare, che lo facesse per i suoi figliuoli. Ma quel pensiero dei suoi figliuoli non faceva che aggravare di maggior ansia lo scoraggiamento profondo che la prostrava da lungo tempo. A quelle parole scoppiava in un pianto. – Oh, i miei figliuoli! i miei figliuoli! – esclamava, giungendo le mani; – forse non ci sono più! È meglio che muoia anch’io. Li ringrazio, buoni signori, li ringrazio di cuore. Ma è meglio che muoia. Tanto non guarirei neanche con l’operazione, ne sono sicura. Grazie di tante cure, buoni signori. È inutile che dopo domani torni il medico. Voglio morire. È destino ch’io muoia qui. Ho deciso. – E quelli ancora a consolarla, a ripeterle: – No, non dite questo; – e a pigliarla per le mani e a pregarla. Ma essa allora chiudeva gli occhi, sfinita, e cadeva in un assopimento, che pareva morta. E i padroni restavano lì un po’ di tempo, alla luce fioca d’un lumicino, a guardare con grande pietà quella madre ammirabile, che per salvare la sua famiglia era venuta a morire a sei mila miglia dalla sua patria, a morire dopo aver tanto penato, povera donna, così onesta, così buona, così sventurata.

Il giorno dopo, di buon mattino, con la sua sacca sulle spalle, curvo e zoppicante, ma pieno d’animo, Marco entrava nella città di Tucuman, una delle più giovani e delle più floride città della Repubblica Argentina. Gli parve di rivedere Cordova, Rosario, Buenos Aires: erano quelle stesse vie diritte e lunghissime, e quelle case basse e bianche; ma da ogni parte una vegetazione nuova e magnifica, un’aria profumata, una luce meravigliosa, un cielo limpido e profondo, come egli non l’aveva mai visto, neppure in Italia. Andando innanzi per le vie, riprovò l’agitazione febbrile che lo aveva preso a Buenos Aires; guardava le finestre e le porte di tutte le case; guardava tutte le donne che passavano, con una speranza affannosa di incontrar sua madre; avrebbe voluto interrogar tutti, e non osava fermar nessuno. Tutti di sugli usci, si voltavano a guardar quel povero ragazzo stracciato e polveroso, che mostrava di venir di tanto lontano. Ed egli cercava fra la gente un viso che gl’ispirasse fiducia, per rivolgergli quella tremenda domanda, quando gli caddero gli occhi sopra un insegna di bottega, su cui era scritto un nome italiano. C’era dentro un uomo con gli occhiali e due donne. Egli s’avvicinò lentamente alla porta, e fatto un animo risoluto, domandò: – Mi saprebbe dire, signore, dove sta la famiglia Mequinez?

– Dell’ingeniero Mequinez? – domandò il bottegaio alla sua volta.

– Dell’ingegnere Mequinez, – rispose il ragazzo, con un fil di voce.

– La famiglia Mequinez, – disse il bottegaio, – non è a Tucuman.

Un grido di disperato dolore, come d’una persona pugnalata, fece eco a quelle parole.

Il bottegaio e le donne s’alzarono, alcuni vicini accorsero. – Che c’è? che hai, ragazzo? – disse il bottegaio, tirandolo nella bottega e facendolo sedere; – non c’è da disperarsi, che diavolo! I Mequinez non sono qui, ma poco lontano, a poche ore da Tucuman!

– Dove? dove? – gridò Marco, saltando su come un resuscitato.

– A una quindicina di miglia di qua, – continuò l’uomo, – in riva al Saladillo, in un luogo dove stanno costruendo una grande fabbrica da zucchero, un gruppo di case, c’è la casa del signor Mequinez, tutti lo sanno, ci arriverai in poche ore.

– Ci son stato io un mese fa, – disse un giovane che era accorso al grido.

Marco lo guardò con gli occhi grandi e gli domandò precipitosamente, impallidendo: – Avete visto la donna di servizio del signor Mequinez, l’italiana?

– La jenovesa? L’ho vista.

Marco ruppe in un singhiozzo convulso, tra di riso e di pianto. Poi con un impeto di risoluzione violenta: – Dove si passa, presto, la strada, parto subito, insegnatemi la strada!

– Ma c’è una giornata di marcia, – gli dissero tutti insieme, – sei stanco, devi riposare, partirai domattina.

– Impossibile! Impossibile! – rispose il ragazzo. – Ditemi dove si passa, non aspetto più un momento, parto subito, dovessi morire per via!

Vistolo irremovibile, non s’opposero più. – Dio t’accompagni, – gli dissero. – Bada alla via per la foresta. – Buon viaggio, italianito. – Un uomo l’accompagnò fuori di città, gli indicò il cammino, gli diede qualche consiglio e stette a vederlo partire. In capo a pochi minuti, il ragazzo scomparve, zoppicando, con la sua sacca sulle spalle, dietro agli alberi folti che fiancheggiavan la strada.

Quella notte fu tremenda per la povera inferma. Essa aveva dei dolori atroci che le strappavan degli urli da rompersi le vene, e le davan dei momenti di delirio. Le donne che l’assistevano, perdevan la testa. La padrona accorreva di tratto in tratto, sgomentata. Tutti cominciarono a temere che, se anche si fosse decisa a lasciarsi operare, il medico che doveva venire la mattina dopo, sarebbe arrivato troppo tardi. Nei momenti che non delirava, però, si capiva che il suo più terribile strazio non erano i dolori del corpo, ma il pensiero della famiglia lontana. Smorta, disfatta, col viso mutato, si cacciava le mani nei capelli con un atto di disperazione che passava l’anima, e gridava: – Dio mio! Dio mio! Morire tanto lontana, morire senza rivederli! I miei poveri figliuoli, che rimangono senza madre, le mie creature, il povero sangue mio! Il mio Marco, che è ancora così piccolo, alto così, tanto buono e affettuoso! Voi non sapete che ragazzo era! Signora, se sapesse! Non me lo potevo staccare dal collo quando son partita, singhiozzava da far compassione, singhiozzava; pareva che lo sapesse che non avrebbe mai più rivisto sua madre, povero Marco, povero bambino mio! Credevo che mi scoppiasse il cuore! Ah se fossi morta allora, morta mentre mi diceva addio! morta fulminata fossi! Senza madre, povero bambino, lui che m’amava tanto, che aveva tanto bisogno di me, senza madre, nella miseria, dovrà andare accattando, lui, Marco, Marco mio, che tenderà la mano, affamato! Oh! Dio eterno! No! Non voglio morire! Il medico! Chiamatelo subito! Venga, mi tagli, mi squarci il seno, mi faccia impazzire, ma mi salvi la vita! Voglio guarire, voglio vivere, partire, fuggire, domani, subito! Il medico! Aiuto! Aiuto! – E le donne le afferavan le mani, la palpavano, pregando, la facevano tornare in sé a poco a poco, e le parlavan di Dio e di speranza. E allora essa ricadeva in un abbattimento mortale, piangeva, con le mani nei capelli grigi, gemeva come una bambina, mettendo un lamento prolungato, e mormorando di tratto in tratto: – Oh la mia Genova! La mia casa! Tutto quel mare!… Oh Marco mio, il mio povero Marco! Dove sarà ora, la povera creatura mia!

Comments are closed.
contatore accessi web