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DAGLI APPENNINI ALLE ANDE di Edmondo De Amicis

La mattina seguente, allo spuntare del giorno, egli era già partito per Cordova, ardito e ridente, pieno di presentimenti felici. Ma non c’è allegrezza che regga a lungo davanti a certi aspetti sinistri della natura. Il tempo era chiuso e grigio; il treno, presso che vuoto, correva a traverso a un’immensa pianura priva d’ogni segno d’abitazione. Egli si trovava solo in un vagone lunghissimo, che somigliava a quelli dei treni per i feriti. Guardava a destra, guardava a sinistra, e non vedeva che una solitudine senza fine, sparsa di piccoli alberi deformi, dai tronchi e dai rami scontorti, in atteggiamenti non mai veduti, quasi d’ira e d’angoscia; una vegetazione scura, rada e triste, che dava alla pianura l’apparenza d’uno sterminato cimitero. Sonnecchiava mezz’ora, tornava a guardare: era sempre lo stesso spettacolo. Le stazioni della strada ferrata eran solitarie, come case di eremiti; e quando il treno si fermava, non si sentiva una voce; gli pareva di trovarsi solo in un treno, perduto, abbandonato in mezzo a un deserto. Gli sembrava che ogni stazione dovesse essere l’ultima, e che s’entrasse dopo quella nelle terre misteriose e spaurevoli dei selvaggi. Una brezza gelata gli mordeva il viso. Imbarcandolo a Genova sul finir d’aprile, i suoi non avevan pensato che in America egli avrebbe trovato l’inverno, e l’avevan vestito da estate. Dopo alcune ore, incominciò a soffrire il freddo, e col freddo, la stanchezza dei giorni passati, pieni di commozioni violente, e delle notti insonni e travagliate. Si addormentò, dormì lungo tempo, si svegliò intirizzito; si sentiva male. E allora gli prese un vago terrore di cader malato e di morir per viaggio, e d’esser buttato là in mezzo a quella pianura desolata, dove il suo cadavere sarebbe stato dilaniato dai cani e dagli uccelli di rapina, come certi corpi di cavalli e di vacche che vedeva tratto tratto accanto alla strada, e da cui torceva lo sguardo con ribrezzo. In quel malessere inquieto, in mezzo a quel silenzio tetro della natura, la sua immaginazione s’eccitava e volgeva al nero. Era poi ben sicuro di trovarla, a Cordova, sua madre? E se non ci fosse stata? Se quel signore di via delle Arti avesse sbagliato? E se fosse morta? In questi pensieri si riaddormentò, sognò d’essere a Cordova di notte, e di sentirsi gridare da tutte le porte e da tutte le finestre: – Non c’è! Non c’è! Non c’è! – si risvegliò di sobbalzo, atterrito, e vide in fondo al vagone tre uomini barbuti, ravvolti in scialli di vari colori, che lo guardavano, parlando basso tra di loro; e gli balenò il sospetto che fossero assassini e lo volessero uccidere, per rubargli la sacca. Al freddo, al malessere gli s’aggiunse la paura; la fantasia già turbata gli si stravolse; – i tre uomini lo fissavano sempre, – uno di essi mosse verso di lui; – allora egli smarrì la ragione, e correndogli incontro con le braccia aperte, gridò: – Non ho nulla. Sono un povero ragazzo. Vengo dall’Italia vo a cercar mia madre, son solo; non mi fate del male! – Quelli capirono subito, n’ebbero pietà, lo carezzarono e lo racquetarono, dicendogli molte parole che non intendeva; e vedendo che batteva i denti dal freddo, gli misero addosso uno dei loro scialli, e lo fecero risedere perché dormisse. E si riaddormentò, che imbruniva. Quando lo svegliarono, era a Cordova.

Ah! che buon respiro tirò, e con che impeto si cacciò fuori del vagone! Domandò a un impiegato della stazione dove stesse di casa l’ingegner Mequinez: quegli disse il nome d’una chiesa: – la casa era accanto alla chiesa; – il ragazzo scappò via. Era notte. Entrò in città. E gli parve d’entrare in Rosario un’altra volta, al veder quelle strade diritte, fiancheggiate di piccole case bianche, e tagliate da altre strade diritte e lunghissime. Ma c’era poca gente, e al chiarore dei rari lampioni incontrava delle facce strane, d’un colore sconosciuto, tra nerastro e verdognolo, e alzando il viso a quando a quando, vedeva delle chiese d’architettura bizzarra che si disegnavano enormi e nere sul firmamento. La città era oscura e silenziosa; ma dopo aver attraversato quell’immenso deserto, gli pareva allegra. Interrogò un prete, trovò presto la chiesa e la casa, tirò il campanello con una mano tremante, e si premette l’altra sul petto per comprimere i battiti del cuore, che gli saltava alla gola.

Una vecchia venne ad aprire, con un lume in mano. Il ragazzo non poté parlar subito.

– Chi cerchi? – domandò quella, in spagnuolo.

– L’ingegnere Mequinez, – disse Marco.

La vecchia fece l’atto d’incrociar le braccia sul seno, e rispose dondolando il capo. – Anche tu, dunque, l’hai con l’ingegnere Mequinez! E mi pare che sarebbe tempo di finirla. Son tre mesi oramai, che ci seccano. Non basta che l’abbiano detto i giornali. Bisognerà farlo stampare sulle cantonate che il signor Mequinez è andato a stare a Tucuman!

Il ragazzo fece un gesto di disperazione. Poi diede in uno scoppio di rabbia. – È una maledizione dunque! Io dovrò morire per la strada senza trovare mia madre! Io divento matto, m’ammazzo! Dio mio! Come si chiama quel paese? Dov’è? A che distanza è?

– Eh, povero ragazzo, – rispose la vecchia, impietosita, – una bagattella! Saranno quattrocento o cinquecento miglia, a metter poco.

Il ragazzo si coprì il viso con le mani; poi domandò con un singhiozzo: – E ora… come faccio?

– Che vuoi che ti dica, povero figliuolo, – rispose la donna; – io non so.

Ma subito le balenò un’idea e soggiunse in fretta: – Senti, ora che ci penso. Fa una cosa. Svolta a destra per la via, troverai alla terza parte un cortile; c’è un capataz, un commerciante, che parte domattina per Tucuman con le sue carretas e i suoi bovi; va a vedere se ti vuol prendere, offrendogli i tuoi servizi; ti darà forse un posto sur un carro; va’ subito.

Il ragazzo afferrò la sacca, ringraziò scappando, e dopo due minuti si trovò in un vasto cortile rischiarato da lanterne, dove vari uomini lavoravano a caricar sacchi di frumento sopra certi carri enormi, simili a case mobili di saltimbanchi, col tetto rotondo e le ruote altissime; ed un uomo alto e baffuto, ravvolto in una specie di mantello a quadretti bianchi e neri, con due grandi stivali, dirigeva il lavoro. Il ragazzo s’avvicinò a questo, e gli fece timidamente la sua domanda, dicendo che veniva dall’Italia e che andava a cercare sua madre.

Il capataz, che vuol dir capo (il capo conduttore di quel convoglio di carri), gli diede un’occhiata da capo a piedi, e rispose seccamente: – Non ci ho posto.

– Io ho quindici lire, – rispose il ragazzo, supplichevole, – do le mie quindici lire. Per viaggio lavorerò. Andrò a pigliar l’acqua e la biada per le bestie, farò tutti i servizi. Un poco di pane mi basta. Mi faccia un po’ di posto, signore!

Il capataz tornò a guardarlo, e rispose con miglior garbo: – Non c’è posto… e poi… noi non andiamo a Tucuman, andiamo a un’altra città, Santiago dell’Estero. A un certo punto ti dovremmo lasciare, e avresti ancora un gran tratto da far a piedi.

– Ah! io ne farei il doppio! – esclamò Marco; – io camminerò, non ci pensi; arriverò in ogni maniera, mi faccia un po’ di posto, signore, per carità, per carità non mi lasci qui solo!

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