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Parafrasi canto 18 (XVIII) del poema Orlando Furioso

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Benché io sia un ragazzo, non credere di potermi fare
però fuggire o che lo scudo ti consegni di mia volontà:
se mi togli le armi è perché mi hai tolto la vita;
ma ho fiducia in Dio che avverrà invece il contrario.
Accada ciò che lui vuole, non potrà però nessuno mai rimproverarmi
di aver perso le qualità della mia stirpe.”
Dopo essersi così pronunciato, impugnata la spada
assalì Rinaldo.

151
Una gelida paura oppresse tutto il sangue
che gli Africani avevano in petto,
non appena videro Rinaldo mettersi
contro quel signore con tanta rabbia,
quanta potrebbe provarne un leone che proceda in un prato
dopo aver visto un torello ancora giovane.
Il primo a vibrare un colpo fu il saraceno;
ma colpì senza alcun risultato l’elmo preso da Membrino.

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Rinaldo rise e disse: “Voglio insegnarti
che io so colpire a sangue molto meglio di te.”
Sprona il proprio destriero ed allo stesso tempo allenta la briglia,
e sferra con tanta forza un colpo con la punta della spada,
rivolta verso il petto dell’avversario,
da farla poi ricomparire dietro la schiena dell’avversario.
L’arma estrasse, tornando indietro, l’anima ed il sangue di Dardinello:
il corpo cadde dalla sella freddo e dissanguato.

153
Come un rosso fiore muore, privo di forze,
dopo essere rimasto aterra tranciato dal passaggio dell’aratro;
o come, carico di eccessiva pioggia,
il papavero abbassa nell’orto il proprio capo:
così, perdendo il colorito in viso
mentre cade da cavallo, muore Dardinello;
muore e fa venire meno al mondo insieme a sé,
anche la virtù ed il coraggio di tutti i suoi predecessori.

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Come l’acqua, grazie all’ingegno umano,
può a volte rimanere ostruita e rinchiusa,
e quando gli viene tolto l’impedimento, argine o diga,
precipita a cascata e si riprende la libertà con grande rumore;
allo stesso modo gli Africani, che avevano trattenuto i propri impulsi
fintanto che Dardinello aveva infuso in loro del valore,
ora si disperdono in ogni direzione,
avendolo visto cadere morto dalla sella.

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Rinaldo lascia fuggire coloro che vogliono farlo,
dedicandosi invece a mettere in fuga coloro che intendono resistere.
Cade gente morta ovunque passi Ariodante,
che quel giorno riuscì quasi ad eguagliare, per valore, Rinaldo.
Altri vennero uccisi da Leonetto, altri vennero fatti a pezzi da Zerbino,
ogniuno ardentemente desideroso di dare prova del proprio valore.
Re Carlo fa il proprio dovere, fa lo stesso Oliviero,
Turpino e Guido e Salomone e Ugiero.

156
Per gli arabi quel giorno ci fu il grande pericolo
che nella loro terra non potesse tornare nessuno vivo;
il saggio re di Spagna a quel punto afferra la situazione
e se ne va dal campo di battaglia con ciò che gli resta dell’esercito.
Ritiene più conveniente rimanere sconfitto,
che perdere tutti i suoi averi, soldi e vestiti:
è meglio ritirarsi e salvare così qualche schiera dell’esercito,
che, rimanendo sul campo, essere causa della morte di tutti.

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Invia le insegne verso gli alloggiamenti,
che erano al riparo tra un argine ed un fossato,
con Stordilano, con Madarasso, re di Andalusia,
con Tesira, re di Lisbona, raggruppati in un unico grosso schieramento.
Manda quindi Agramante, re d’Africa, a pregare gli avversari
perché si cerchi di ritirarsi meglio che si possa fare;
e se riuscirà, quel giorno, a salvare la persona
e gli alloggiamenti, non avrà fatto poca cosa.

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Il re Agramante, ritenendosi completamente spacciato,
e credendo di non poter più ormai rivedere Biserta, capitale del regno,
perchè una sorte tanto orribile ed avversa
non l’aveva mai sperimentata fino ad allora,
si rallegrò però vedendo che Marsilio stava conducendo
almeno parte dell’esercito verso una salvezza certa:
cominciò allora anche lui la ritirata, a fare tornare indietro
le insegne, e fece quindi chiamare la raccolta.

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Ma la maggior parte della gente dispersa nella sconfitta
non ascolta né la tromba, né il tamburo e né qualunque altro segnale:
tanta fu la codardia, tanta la paura,
che nella Senna se ne videro molti gettarsi ed affogare.
Il re Agramante vuole ridurre il numero di soldati in fuga:
ha con sé Sobrino e vanno insieme correndo in giro da ogni parte;
e con loro si affatica ogni buon duca,
nel tentativo di ricondurre le truppe in fuga negli alloggiamenti.

One Response to Parafrasi canto 18 (XVIII) del poema Orlando Furioso

  1. chiara Maggio 25, 2014 at 7:13 pm #

    molto utile questo sito ma sarebbe ancora più utile se venissero presentate le figure retoriche!

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