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Parafrasi canto 23 (XXIII) del poema Orlando Furioso

120
e senza aver riguardo che ella (Angelica) fosse
figlia del più grande re che abbia mai avuto l’oriente,
sospinta da un grandissimo amore fu portata
a sposare Medoro, umile soldato.
La conclusione della storia fu
che il pastore mostrò ad Orlando il gioiello,
che al momento della partenza, come ricompensa
della buona ospitalità, gli diede Angelica.

121
Questa conclusione fu la scure
che gli levò la testa dal collo in un colpo solo,
una volta che delle innumerevoli bastonate
fu sazio il carnefice Amore.
Orlando si sforza di nascondere il dolore ; e tuttavia
quello è talmente violento che difficilmente lo può tenere nascosto:
attraverso le lacrime degli occhi ed i sospiri della bocca
è inevitabile che esploda.
122
Dopo che poté dar libero sfogo al dolore
(perché resta solo senza doversi preoccupare di nessun altro),
dagli occhi, rigando le guance
sparge un fiume di lacrime sul petto:
sospira e piange, e cammina, girandosi spesso,
di qua e di là esplorando il letto:
e più duro che un sasso, e più pungente
dell’ortica se lo sente.

123
In tanto gli viene in mente l’atroce dubbio
che nello stesso letto in cui egli (Orlando) giaceva,
l’ingrata donna (Angelica) a coricare
doveva essersi più volte venuta insieme al suo amante.
Inevitabilmente ha in odio quel letto,
né si alza dal letto meno velocemente
del contadino che si leva dall’erba su cui si era steso
per riposarsi, per aver visto vicino a sé un serpente.
124
Quel letto, quella casa, quel pastore
immediatamente gli viene in tanto odio,
che senza aspettare che sorga la luna o che l’alba,
che precede il nuovo giorno, nasca,
prende le armi e il destriero, ed esce fuori
in mezzo al bosco, dove è più fitto e scuro l’intrico di rami;
e poi quando si accorge di essere solo (che nessuno lo segue),
con grida e urla apre le porte al dolore.

125
Non smette mai di gridare e di urlare;
non si dà mai pace né la notte né il giorno seguente.
Fugge da città e da borghi, e nei luoghi inabitati
sul terreno duro, all’aperto, giace.
Si meraviglia che nella propria testa ci possa essere
una sorgente così inesauribile di pianto,
e come i sospiri possano essere mai così tanti;
e spesso si dice nel pianto:

126
“Queste non sono più lacrime, che fuoriescono
dagli occhi con flusso così abbondante.
Non bastarono le lacrime al dolore:
finirono quando il dolore si era manifestato solo per metà.
Dal dolore della gelosia ora l’umor vitae
fugge attraverso quella via a cui gli occhi conducono;
ed e’ quello che ne esce ora, quello che porterà via con sé insieme
il dolore e la vita sul punto di morte.

127
Questi, che manifestano il mio tormeno,
non sono sospiri, né i sospiri sono così.
I sospiri ogni tanto si interrompono; io non sento mai
il mio petto ridurre il sospirare per la pena.
L’amore che mi arde il cuore crea questi sospiri
mentre agita attorno al fuoco le proprie ali.
Amore, con quale miracolo riesci
a tenerlo (il cuore) nel fuoco senza mai consumarlo?

128
Non sono io, non sono io quello che sembro in volto:
quello che era Orlando è morto e sotterrato;
la sua ingrata donna l’ha ucciso:
si, mancandogli di fedeltà gli ha fatto la guerra.
Io sono il suo spirito dal suo corpo diviso,
che vaga tormentandosi in questo inferno,
in modo checon il proprio fantasma, che e’ tutto quello che gli resta, ammonisca con l’esempio colui che affida la sua speranza nell’Amore.”

129
Tutta la notte il conte vago per il bosco;
ed al sorgere del sole
il suo destino lo riportò vicino al fiume
dove Medoro incise l’iscrizione.
Vedere le parole che testimoniavano il suo disonore incise nel monte,
lo accese, così che in lui non restò nulla
che non fosse odio, rabbia, ira o furia;
non resistette più e sguainò la spada.

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