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Parafrasi COMPLETA del canto 46 (XLVI) del poema Orlando Furioso

130
Ruggiero viene colpito dove l’elmo protegge la guancia,
e a una spalla, e risente talmente di quel duro colpo,
che vacilla tutto e traballa, è sul punto di cadere
e fa fatica a tenersi dritto in piedi.
Il pagano vuole farsi sotto, ma l’appoggio del piede
gli viene meno, essendo indebolito dalla coscia ferita:
il volere fare in fretta più di quanto poteva
permettersi lo fa piegare a terra su un ginocchio.

131
Ruggiero non perde tempo, e con un grande slancio
lo colpisce al petto ed al volto;
lo martella di colpi dall’alto, così da vicino,
che gli fa mettere anche una mano a terra. Ma tanto si
sforza il pagano, che riesci infine a rimettersi in
piedi; si stringe tanto a Ruggiero fino ad abbracciarlo:
si girano l’un l’altro, si scuotono e si stringono,
unendo alla tecnica le ultime forze residue.

132
Di tutta la forza di Rodomonte, una gran parte
era stata tolta dalle ferite al fianco ed alla coscia.
Ruggiero era agile, aveva una gran tecnica,
era aveva un gran allenamento nella lotta:
sente di essere in vantaggio, e non vuole perderlo;
e dove vede che il sangue esce in maggior quantità,
là dove vede che il pagano ha subito più ferite, pone
le sue braccia ed il petto, ed entrambi i piedi.

133
Rodomonte pieno d’ira ed indispettito dalla situazione,
prende Ruggiero per il collo e per le spalle:
ora la tira, poi lo spinge, poi lo tiene sollevato
da terra sopra il proprio petto, lo fa ruotare
da una parte e dall’altra, e lo tiene stretto,
e cerca in tutti i modi di farlo cadere a terra.
Ruggiero sta tutto raccolto in sé, ed agisce
con ingegno e capacità per avere la meglio.

134
Tante furono le prese provate dal valoroso e coraggioso
Ruggiero, che alla fine riuscì ad avvinghiare Rodomonte:
gli premette il petto con il suo fianco sinistro,
e quindi lo strinse con tutta la sua forza.
Contemporaneamente spinse la sua gamba destra davanti
al ginocchio sinistro dell’avversario e fece leva:
lo sollevò da terra verso l’alto
per farlo ricadere infine a terra a testa in giù.

135
La testa e la schiena di Rodomonte lasciarono
un segno nella terra; e tanto forte fu l’imbatto
che dalle sue ferite, come fossero un fonte, schizzò
lontano il sangue a tingere la terra di rosso.
Ruggiero, che aveva oramai afferrato la Fortuna per
i capelli, per fare in modo che il saracino non possa
rialzarsi, gli tiene un pugnale davanti agli occhi,
l’altra mano alla gola, e le ginocchia nel ventre.

136
Come accade talvolta, ove si recupera l’oro
là in Ungheria o nelle miniere spagnole,
quando una improvvisa frana cade su coloro che sono
stati condotti là spinti da avidità di ricchezza,
che restano talmente schiacciati, che la loro anima
riesce a fatica a trovare la via d’uscita:
allo stesso modo rimase il saracino schiacciato dal
vincitore, subito dopo essere stato gettato a terra.

137
Alla visiera dell’elmo gli avvicina
la punta del pugnale che aveva appena estratto:
e, minacciandolo, tenta di convincerlo ad arrendersi,
e propone un patto per lasciargli salva la vita.
Ma quello, che ha meno paura di morire
che di commettere un piccolo atto di codardia,
si contorce e si agita, cerca con tutte le forze
di ribaltare la situazione, e non dice parola.

138
Come fa il mastino quanto è vinto dal feroce alano
che gli tiene fissi i denti nella gola, che si
affatica e si dibatte inutilmente di continuo,
con gli occhi rossi dalla rabbia e la bava alla bocca,
ma non può fare in modo di sfuggire al suo predatore,
che lo supera per forza e non per rabbia:
allo stesso modo risulta vano ogni tentativo
del pagano di uscire da sotto al vincitore Ruggiero.

139
Continua a torcersi ed a dibattersi fino a che
riesce a liberare il suo braccio migliore; e con
la mano destra, con la quale stringe un pugnale,
che era riuscito ad estrarre durante la colluttazione,
tenta di ferire Ruggiero sotto ai reni:
ma il giovane si accorso subito dell’errore
che avrebbe potuto commettere ritardando
ulteriormente l’uccisione del crudele saracino.

140
E per due e tre volte nell’orribile fronte
di Rodomonte, alzando il suo braccio più in alto
che poteva, cacciò per intero il suo pugnale,
e si tolse così da quella situazione di pericolo.
Fino alle squallide rive del fiume Acheronte,
libera da un corpo più freddo del ghiaccio,
fuggì bestemmiando l’anima sprezzante di Rodomonte,
che fu in vita tanto superbo e tanto orgoglioso.

FINIS.
PRO BONO MALUM.

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