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Parafrasi canto 43 (XLIII) del poema Orlando Furioso

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– O forte, caro, mio fedele compagnio,
che sei morto qui in terra ma so che vivi in cielo,
e ti sei così guadagnato una nuova vita, quella eterna,
che non può più esserti tolta dalle malattie,
perdonami, se vedi bene che io sto piangendo; lo faccio
perchè mi addoloro per essere rimasto qui sulla terra,
per non essere con te a godermi un tale piacere;
non piango affatto perché tu non sei qui con me.

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Senza di te sono solo; nulla qui sulla terra
posso più avere che mi dia piacere, se non ci sei tu.
Se sono stato con te nella tempesta ed anche in guerra
perché non posso esserlo ora in pace e tranquillità?
Ben grandi devono essere i miei peccati, se mi
impediscono di togliermi da questo fango per seguire le
tue orme. Se nelle fatiche sono stato con te, perché
adesso non sono anche partecipe del guadagno ottenuto?

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Tu ne hai guadagnato, la perdita è tutta mia:
tu sei solo nel piacere, io non sono solo nel dolore.
Partecipa al mio dolore l’Italia
intera, il regno francese e quello germanico.
Oh quanto, quanto il mio signore e zio (Carlo Magno),
quanto anche tutti i paladini si devono dolere!
quanto tutto l’Impero e la chiesa Cristiana,
che hanno ora perso la loro migliore difesa!

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Oh quanto la tua morte farà diminuire
il terrore e lo spavento nei nostri nemici!
Oh quanto il mondo pagano sarà ora più forte!
quanto coraggio gli verrà, quanto sicurezza!
Oh come starà male la tua consorte!
Fin da qui la vedo piangere, e ne sento le grida.
So che mi accusa, e forse mi odia anche, perché
a causa mia ogni sua speranza in te è ora morta.

174
Ma, Fiordiligi, ci possa restare almeno un conforto
a noi che siamo ora privi di Brandimarte;
che devono invidiare lui che è morto con tanta gloria
tutti i guerrieri che sono invece ancora vivi.
I due Decio Mure e Marco Curzio, divorato dalla voragine
nel foro romano, quel Codro tanto acclamato dai Greci,
non con più vantaggio altrui e maggiore onore personale
si sacrificarono, di come ha fatto il tuo signore. –

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Orlando pronunciava queste parole e anche altre.
Intanto i frati grigi, bianchi ed anche neri,
e tutti gli altri chierici, veniva in processione
formando una lunga doppia fila ,
pregando dio che avesse cura per l’anima
del defunto, perché lo accogliesse tra i suoi beati.
Le torce accese di fronte, nel mezzo e tutt’intorno
sembravano avere mutata la notte in giorno.

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Sollevano la bara, ed a portarla furono
messi conti e cavalieri alternati tra loro.
Un velo di seta color porpora la copriva, abbellita
da forme circolari in oro e formate da grandi perle:
realizzati con un non meno bello e signorile lavoro
aveva gli splendidi guanciali, abbelliti da gemme;
giaceva all’interno il cavaliere con indosso una veste
dello stesso colore purpureo ed ornata con lo stesso motivo.

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Trecento degli altri presenti era già passati
davanti, scelti tra i più poveri della città,
tutti quanti vestiti allo stesso modo
con panni di colore nero lunghi fino a terra.
Cento paggi seguivano sopra ad altrettanti
grossi cavalli, tutti buoni per fare la guerra;
e cavalli e paggi avanzavano nella processione
radendo il suolo con il loro abito a lutto.

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Davanti e dietro al corteo sfilavano
molte bandiere, con dipinte diverse insegne,
e spiegate al vento accompagnavano il feretro;
sottratte ai mille eserciti già sconfitti
e conquistate per l’imperatore e per il papa
mostravano il valore di Brandimarte oramai morto.
C’erano molti scudi, che dei valorosi guerrieri,
ai quali erano stati portati via, avevano le insegne.

179
Procedevano così cento ed altre cento persone addetti
ai diversi compiti della cerimonia; e questi portavano,
come anche tutti gli altri, torce accese; ed erano
chiusi, più che vestiti, in vesti di colore nero.
Poi seguiva Orlando, che in ogni momento aveva
gli occhi bagnati di lacrime, arrossati e tristi;
non più lieto di lui arrivò poi anche Rinaldo:
Oliviero non partecipò trattenuto dal suo piede rotto.

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