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Parafrasi canto 43 (XLIII) del poema Orlando Furioso

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– Ma perché, Brandimarte, ti ho lasciato andare
senza di me ad affrontare una simile impresa? (disse).
Vedendoti partire, non è mai accaduto prima
che la tua Fiordiligi non ti venisse dietro.
Ti avrei fatto del bene, se io fossi venuta,
tenendo sempre fissi su di te i miei occhi;
e tu se avessi avuto dietro Gradasso,
con un solo grido sarei riuscita a darti aiuto;

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ma forse sarei potuta essere anche tanto veloce
da riuscire, entrando in mezzo al campo, a farti evitare
il colpo: ti avrei fatto scudo con la mia testa;
che la mia morte non era certo un grosso danno.
Ad ogni modo, io morirò; ma questa dolorosa
morte non potrà dare oramai nessun beneficio; perché,
solo se io fossi morta nel tentativo di difenderti,
non avrei potuto di certo spendere meglio la mia vita.

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Se anche la mia volontà di aiutarti il destino spietato
ed anche tutto il cielo avesse avuto contro,
sarei riusci almeno a darti gli ultimi baci,
almeno sarei riuscita a bagnarti il viso con le lacrime;
e prima che tra gli angeli beati il tuo spirito
si potesse rivolgere verso Dio, il suo creatore,
ti avrei detto: Vai in pace, ed aspettami là;
perché ovunque tu sia, io ti seguirò in fretta.

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È questo, Brandimarte, è questo il regno
del cui scettro ti dovevi impossessare adesso?
Vengo ora così insieme a te a Dammogire?
così adesso mi ricevi nel tuo palazzo reale?
Ah fortuna crudele, quali grandi progetti
mi infrangi! quante speranze mi togli ora!
Beh, cosa aspetto io, dopo aver perduto questo
mio grande bene, a perdere anche tutto il resto? –

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Dicendo queste ed altre parole, in lei si riaccese
con tanta forza il furore ed anche la rabbia,
e tornò in fretta a strapparsi i suoi bei capelli,
come se i capelli potessero avere tutta la colpa.
Si percute le mani l’una con l’altra e le morde,
si caccia le unghie nel seno e nelle labbra.
Ma torno a raccontare di Orlando e dei suoi compagni
intanto che lei di dispera e si consuma nel pianto.

165
Orlando, con il cognato Oliviero che non poco
aveva bisogno di un medico e di medicazioni,
ed anche perché in un luogo degno del suo valore
potesse essere sepolto l’amico Brandimarte,
si muove verso l’Etna, il monte che con il fuoco
illumina la notte, e con il fumo oscura il giorno.
Il vento è a loro favorevole, ed alla destra
non è molto lontana da loro la costa.

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Spinti dal fresco vento che soffiava a loro favore,
sciolsero le funi verso sera, sul finire del giorno,
potendo mostrare loro la giusta via la luna,
la diva taciturna, con il suo corno luminoso;
ed approdarono quindi il giorno successivo sulla costa
che giace piacevolmente tutt’intorno ad Agrigento.
Qui Orlando ordinò che fosse pronto per la sera
successiva tutto quanto era necessario per il rito funebre.

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Dopo aver visto che il suo ordine era stato eseguito,
essendo oramai notte, spenta la luce del sole,
in mezzo a tutta la nobiltà che, ricevuto l’invito,
era accorsa dai terreni circostanti ad Agrigento,
con la costa che sembrava bruciare per le torce accese,
e con l’aria che risuonava di grida e di lamenti,
Orlando tornò dove aveva lasciato quel corpo
che con devozione aveva amato sia da vivo che da morto.

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Là Bardin, gravato dal peso dei suoi anni,
stava piangendo presso il feretro, anche se,
per il gran pianto che aveva fatto sulla nave, avrebbe
già dovuto avere gli occhi e le lacrime consumati.
Chiamando crudele il cielo, malvagie le stelle,
ruggiva come un leone preso dal delirio della febbre.
Le sue mani intanto era spietate e ribelli
contro i suoi capelli bianchi e la sua pelle rugosa.

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Si alzò, vedendo ritornare il paladino Orlando,
il suo grido di fece più forte e pianse ancora di più.
Orlando, avvicinandosi di più al corpo, rimase
a guardarlo per un lungo istante senza parlare,
pallido come sono alla sera il ligustro ed
flessuoso acanto colti alle prime ore del mattino;
e dopo un profondo sospiro, tenendo sempre fissi
gli occhi su di lui, gli disse così:

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