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LA SIGNORA SPERANZA di Luigi Pirandello| Testo

Era contentone di quella grossa pazzia, ch’egli stava per commettere.
Pazzia, a giudizio delle oche – intendiamoci! Lui aveva coscienza di far bene. Ci aveva ripensato tutta la notte, e s’era crepato dalle risa.
– Carolinona, mia moglie!
Ah, le oche del paese come le avrebbe intontite per bene, questa volta! E se le voleva godere! Peccato, che sarebbe stato per poco: fra un mese doveva ripartire per Barcellona, e poi da Barcellona per Lione e da Lione per Colonia… Vitaccia! Sempre di qua e di là. Meno male che, per distrarsi – quando gli affari però (questo sì, prima di tutto!) erano ben sistemati e contentati i direttori delle fabbriche di seta che lo mandavano in giro così, come l’Ebreo errante – trovava sempre modo di combinarne qualcuna.
Amici, conoscenti lo fermavano, intanto, per via:
– Di’ un po’, è vero?
– Verissimo. Che cosa?
– Che sposi?
– Ah, sì, Carolinona. Ma non mi pare una cosa seria.
– Per scherzo, dunque?
– No: sposare, sposo davvero. Ma per precauzione, capisci? per guardarmi cioè dal prender moglie, ecco.
– Come! E se sposi intanto?
– Ma si! Dormire però a casa mia; stare, me ne starò per conto mio. Ci andrò soltanto come ci vado adesso, per desinare. Né dovrò darle nulla, tranne, al solito, le rate della pensione. Dunque?
– E il nome?
– Ma, se lei lo vuole, perché no? Non mi pare una cosa seria…
E li piantava lì, allocchiti, in mezzo alla strada.
S’era dato convegno con Dario Scossi alla Pensione per sbrigare insieme le carte di Carolinona e recarsi quindi al Municipio per la denunzia.
Alla Pensione, oltre lo Scossi, trovò il timorato Martinelli, che era venuto apposta, prima di tutti, per sconsigliare alla Pentoni di prestarsi a quello scandalo enorme.
– Ma lei ci crede: – gli aveva risposto la Pentoni, con un mesto sorriso. – Son giovanotti allegri; li lasci fare! Hanno scherzato; a quest’ora non ci pensano più. Io, invece, non ho potuto chiuder occhio tutta stanotte, pensando a quell’altro li, all’ospedale… Ah, che m’ha fatto fare, signor Martino, che m’ha fatto fare… Non me ne posso dar pace.
Al sopraggiungere dello Scossi, era rimasta interdetta:
– Ma come! davvero? ancora?
Biagio Speranza la trovò ostinata nel rifiuto.
– Oh, non facciamo storie! – le disse egli. – Vuoi farmi perdere le mille lire della scommessa?
– Ma che mille lire, via! La smetta, signor Biagio.
– Come! – riprese questi. – Non eravamo rimasti d’accordo jersera? Te ne sei pentita? Non hai più paura, dunque, del Cocco Bertolli? Bada che quello vorrà sposarti sul serio, poi!
– E lei per ischerzo, ora? – domandò la Pentoni sorridendo.
– No. Io te l’ho detto il perché…
E prese di nuovo a porre i patti e a rilevare i vantaggi reciproci di quel loro matrimonio, serio e burlesco al tempo stesso.
– Tranne che tu, – concluse, – non abbia ancora qualche velleità, Carolinona!
– Io? – fece questa, mettendosi a ridere di nuovo.
– E dunque? – incalzò Biagio. – Perché t’opponi?
– Via, via! – esclamò la Pentoni. – Dice sul serio, signor Speranza? Le pare che sieno cose, codeste, da fare per ischerzo?
– Cose serie, – riprese con forza Biagio, – per me nella vita non ce ne sono: tranne quelle sole (che possono essere anche ridicolissime), alle quali però tu dia importanza. Il naso di Martino, per esempio. Cosa ridicolissima, quant’altra mai! Eppure, per lui, infelicità seria. Perché? Perché lui gli dà importanza.
– Io? – esclamò il Martinelli, coprendoselo con una mano. – Ma nient’affatto!
– E allora, scusi, – rimbeccò Biagio, – perché è venuto a cacciarlo in un affare che non le riguarda? Si faccia gli affari suoi! Noi, Carolinona, a questo matrimonio non dobbiamo dare importanza, è vero? E dunque per noi non è una cosa seria.

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