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LA SIGNORA SPERANZA di Luigi Pirandello| Testo

S’era messo a comporre così odi, sonetti, canzoncine anacreontiche, e a leggerglieli mentr’ella gli attaccava alla giacca o al panciotto qualche bottone o lo spazzolava.
Non comprendeva Carolinona che fossero rivolti a lei que’ versi, e perché glieli leggesse; ma, poiché lo teneva in conto di pazzo, non gliene domandava neppur la ragione, e lo lasciava leggere.
Giannantonio Cocco Bertolli, violento e bestiale in tutto, era timidissimo nell’amore. Non sapendo confessare direttamente alla Pentoni l’affetto che gli era nato per lei, si sfogava in poesia, sperando di arrivarci pe’ viali mostruosamente fioriti delle sue bolse metafore. Ma, vedendo poi Carolinona restare impassibile, dava in ismanie, in escandescenze.
– E che le avviene adesso? – gli domandava, stordita, la povera donna.
– Che? – fremeva il Cocco Bertolli, spiegazzando la carta su cui aveva raspato la poesia, spalancando al solito gli occhiacci, pestando i piedi. – Me lo domanda? Nulla! Ma se lo so! Questa dev’essere la mia sorte! Così ha statuito quel Vecchio Ribaldo! Non debbo esser compreso da nessuno! Neppure da lei!
– Io? Perché?
– Non mi dice nemmeno che gliene sembra.
– Di che? della poesia? Ma, santo Dio!, se io non ci capisco niente: lei lo sa. Sia buono, via! Perché fa così?
– Perché… perché…
Inutile! La dichiarazione non gli poteva rompere dal cuore.
Ci voleva la spinta d’un sospetto odioso, balenatogli a un tratto, durante una di queste scene, mentre la Pentoni gli raccomandava di star zitto, o di parlar basso almeno, poiché di là c’era il maestro che correggeva la sua musica.
– Ah, dunque per lui? – aveva allora inveito il Cocco Bertolli. – Tu l’ami? È il tuo amante? Confessalo! Vipera, vipera, vipera… E perché mi hai dunque lusingato finora?
– Io? Mi lasci! – gli aveva risposto la Pentoni tremante di paura. – Lei è pazzo!
Ma il Cocco Bertolli, senza lasciarla, schiumante d’odio e di bile:
– Grida, sì, grida, perch’egli accorra! Voglio vederlo il tuo paladino, viperello anche lui!
– Ma si stia quieto! si stia zitto! – aveva scongiurato Carolinona. – Dice sul serio, signor Bertolli? Che vuole da me? Mi lasci stare.
– Non posso! Io ti amo. Tu ami un altro? Ce la vedremo.
– Ma io non amo nessuno. Vuol farmi ridere? All’età mia? Non ci mancherebbe altro! Chi vuole che s’innamori di me, signor Bertolli?
– Io! E gliel’ho detto!
– Pazzia, scusi. Neanche per ridere! Mi lasci stare… Io sono una povera donna.
Conosceva purtroppo la Pentoni le vili calunnie che correvano sul suo conto, ma non s’era mai neppur curata di smascherarle. Che gliene importava? Resa da un pezzo a discrezione della sua trista sorte, aveva coscienza della sua onestà, e le bastava. In che potevano ormai danneggiarla quelle calunnie? Si sapeva brutta: aveva già trentacinque anni (e per lei, come se ne avesse cinquanta), non si era mai lusingata che un uomo si potesse innamorar di lei, non aveva avuto mai neanche il tempo di pensare che la sorte avrebbe potuto forse concederle altra esistenza, il compenso di un qualche affetto alla nera miseria, che la aveva sempre schiacciata, oppressa, e da cui lei, con ogni mezzo, coraggiosamente, aveva cercato di difendersi. Credevano davvero che nella sua vita ci fosse qualche trascorso, anzi più d’uno? Ebbene, lo credessero! In fondo in fondo, questo, non solo non la offendeva più, ma quasi le solleticava l’amor proprio, l’avvizzito istinto feminile. Socchiudeva gli occhi. Non era vero, purtroppo! Nessuno mai s’era curato di lei, tranne questo pazzo del Cocco Bertolli, ora. Sarebbe stata da ridere, se non avesse avuto l’umor tragico, quell’infelice.
– Me ne debbo dunque andare? – le aveva egli domandato.
– Ma no, stia! – s’era ella affrettata a rispondergli. – Purché non pensi più a codesta pazzia!
– Non posso! Quando un’idea mi s’è confitta qui, neanche se mi spaccano la testa col martello di Vulcano ne esce, lo sappia! E sappia che i miei propositi erano onesti, e tali sono tuttora! Carolina vuol diventare mia moglie?
S’era messa a ridere, a siffatta proposta a bruciapelo, la Pentoni; ma il Cocco Bertolli, furibondo, le aveva troncato la risata su le labbra:
– Non ridere, non ridere, perdio! Credimi almeno, tu, che sei una donna di cuore! Salvami! Io ho bisogno che qualcuno mi ami e mi plachi. Riprenderò il mio posto nell’insegnamento sarai la moglie di un grande poeta, che ora sciupa così, miseramente, il suo ingegno! E se non comprendi il poeta, poco importa sarai la moglie di un professore; ti basta?, e ti libererai di tutti questi farabutti, che vengono a fare i buffoni alla tua mensa! Senti: io ti do la prova maggiore dell’amor mio, della serietà dei miei propositi! Uscendo di qua, io vado all’ospedale, ad assoggettarmi a una terribile operazione. I medici mi hanno detto che posso restarci. E sia! Ma se mi salvo, sarò tuo, Carolina Lasciami questa speranza. Addio!

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