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LA SIGNORA SPERANZA di Luigi Pirandello| Testo

– Caro, e se ti ammazzano? Non ci pensi?
– No, davvero! – disse Biagio, alzando una spalla e recandosi a guardare dalla finestra, impaziente.
Nannetta lo seguì, ma invece di guardar giù nella strada si mise a guardare in alto le stelle che sfavillavano fitte nel cielo senza luna. Sospirò e disse:
– Sai, Biagio, che non vorrei davvero che tu facessi questo duello?
Colpito dalla strana espressione della voce di lei, Biagio le domandò, con un sorriso sforzato:
– Ti preme tanto di me?
Nannetta si strinse ne le spalle, sorridendo, mesta; socchiuse gli occhi e rispose:
– Che so… Non vorrei…
– Su! – esclamò Biagio, riscotendosi. – Senza malinconie! Ho un po’ di Marsala: beviamo! Devo aver pure biscotti, aspetta… Poi mi ajuterai a preparar le valige. Domani, dopo aver dato una buona lezione a quel cane, partenza!
– Per sempre?
– Per sempre.
Prese la bottiglia del Marsala, i biscotti, e invitò Nannetta a sedere, a bere.
Una nuova scampanellata alla porta.
– Ah, ecco, – disse Biagio. – Saranno loro!
Era invece il signor Martino Martinelli, che pareva ridotto l’ombra di se stesso, cui ciascuno con un soffio avrebbe potuto far volare di qua e di là, come una piuma.
– Venga, venga avanti, signor Martino carissimo! – gli disse Biagio, battendogli una mano dietro le spalle. – Chi lo manda, eh? Scommette che l’indovino? Mia moglie!
Nannetta scoppiò a ridere nel vederlo restare con quel palmo di naso, alla vista di lei.
– Non ridere, Nannetta, – disse Biagio. – Ti presento il prototipo dei mariti fedeli, il signor Martino Martinelli, primo naso assoluto. Dica, signor Martinelli, alla mia signora moglie, che mi ha trovato sano, innanzi a un buon bicchiere di vino e accanto a una leggiadra donnetta. Non starnuti! Vuol bere?
– Mi… mi scusi, – balbettò indignatissimo, lappoleggiando, il signor Martino. – Permetta che io le… le dica che lei… sissignore… di… disconosce, sì, dico, indegnamente… sissignore… un cuore… un cuor d’oro, che in questo momento pal… sì, dico… palpita per lei. Buona sera. E me ne vado.
Le risa di Biagio e di Nannetta lo accompagnarono fino alla porta; ma il signor Martino si sentì sollevato, dopo quello sfogo, in una sfera eroica, e se ne andò col naso al vento, come una tromba guerriera.

VII
Giannantonio Cocco Bertolli giunse primo al luogo designato per lo scontro, in compagnia del medico e de’ due ufficialetti d’artiglieria, amici di Cariolin, che si erano prestati a far da padrini.
Era tranquillissimo. Lodò, da buon poeta, il dolce mattino d’aprile.

Zeffiro torna e il bel tempo rimena…

Lodò i gorgheggi degli uccelli che salutavano il sole; aspirò con voluttà l’odor di resina che esalavano i pini e i cipressi de la villa signorile; recitò un’odicina d’Anacreonte da lui tradotta, e infine narrò ai due ufficialetti, che se lo godevano, l’apologo delle oche e della gru migranti. Egli era una gru: cioè un pazzo per le oche.
– Perché non ho ciotola, né becchime, intendono? Da jeri, o miei signori, nel mio stomaco abbiosciato, non entra cibo. Acqua: ho bevuto acqua nelle pubbliche fontanelle. Diogene, o miei signori, aveva un ciotolino, ma quando vide un ragazzetto far mano cupa e bere, ruppe il ciotolino e bevve anche lui nella mano. Così faccio anch’io. Non so se oggi mangerò, dove dormirò stasera. Forse mi presenterò a qualche fattore di campagna. Zapperò. Mangerò. Ma così, sciolto da ogni vincolo, in questa piena, sublime libertà che m’inebria e che naturalmente deve parer follia a gli schiavi delle leggi, dei bisogni, delle consuetudini sociali. Spaccherò tra poco il cranio a quell’imbecille che ha tentato d’attraversarmi la via, e quindi metterò mano al mio gran poema: L’Erostrato.
Giunsero, poco dopo, Biagio Speranza, Dario Scossi e Momo Cariolin, con un altro medico.

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