Footer menù

LA SIGNORA SPERANZA di Luigi Pirandello| Testo

– Si rassicuri; dico così, – rispondeva lo Scossi, – perché so che la sua ottima signora è in Sicilia, signor Martino.
E il bravo Martinelli si quietava, sospirava, tentennava amaramente il capo. Ah, ci pensava sempre, lui, a quella sua povera moglie balestrata in una scuola normale di Sicilia, e sempre ne parlava in quella sua special maniera, quasi andando tentoni nel discorso e quasi appoggiandosi, sorreggendosi a ogni impuntatura a un sì, dico: intercalare, che tutti gli rifacevano, senza che egli se ne accorgesse. Non si poteva dar pace, poveretto, della crudeltà burocratica che a sessantaquattr’anni lo aveva diviso, così di colpo, senza ragione, dalla moglie, distruggendogli casa, famiglia, costringendolo a dormir solo, in una camera d’affitto, e a mangiare a pensione lì, da Carolinona, che egli solo chiamava signora Carolina.
Alle più grosse panzane, alle sballonate più strepitose de’ suoi commensali scappavano al signor Martinelli certi oh! che pareva lo agganciassero in aria per quel gran naso, o restava intontito lì, come un ceppo d’incudine.
Re degli sballoni era Momo Cariolin, nanerottolo e bottacciolo, quasi fatto e messo in piedi per ischerzo. A guardarlo, pareva impossibile che in un corpicciuolo così minuscolo capissero bugie così colossali, che egli diceva imperterrito, con una cert’aria diplomatica.
– Ma di’ un po’, – gli domandava, serio, Biagio Speranza, – ti sei mai guardato a uno specchio?
Perché Momo Cariolin vantava con particolare impegno il favore ch’egli godeva delle donne. E fossero state almeno donne del suo ceto o signore della nobiltà: eran di sangue reale o imperiale (arciduchesse d’Austria, segnatamente) le vittime di Cariolin. E tali avventure gli eran capitate tutte durante i varii congressi degli orientalisti nelle capitali d’Europa. Perché Cariolin si diceva anche profondo conoscitore, sebbene dilettante, di lingue orientali. Il segretario di tutti que’ congressi era stato sempre lui, tirato proprio pei capelli, sebbene quasi calvo. I congressisti, naturalmente, erano stati ricevuti a Corte: a Berlino, a Vienna, a Cristiania, a Bruxelles, a Copenaghen ecc., qualcuna di queste Corti, naturalmente, aveva dato sontuose feste in loro onore, donde – naturalmente – la cordialissima amicizia di Cariolin coi sovrani d’Europa, l’amicizia quasi fraterna con quel dotto e simpaticone re Oscar di Svezia e Norvegia, il quale, un giorno…
– Ma guardatemi, per carità, il naso di Martino! – esclamava a un tratto Biagio Speranza, interrompendo le meravigliose narrazioni di Cariolin.
E il buon Martinelli si scoteva di soprassalto dal suo sbalordimento ammirativo, tra le risate di tutti, e si metteva a sorridere anche lui.
Degli scherzi di Biagio Speranza, delle punzecchiature di Dario Scossi, degli scatti e degli schizzi di Trunfo, Martino Martinelli non s’inquietava. D’un altro commensale, invece, egli aveva paura, cioè del poeta Giannantonio Cocco Bertolli, il quale, senza dubbio, era il tipo più buffo della pensione.
Costui però era assente da circa un mese, per una grave disgrazia che gli era occorsa.
Una sola? Ma tutte le disgrazie del mondo erano occorse al povero poeta Cocco Bertolli, il quale a ragione, per ciò, chiamava Domineddio «quel Vecchio Ribaldo!».
A furia di urlare contro le ingiustizie divine e umane, si era sbonzolato. Quale sciagura poteva toccargli, peggiore di questa? A difesa delle perfidie celesti e terrene egli non era armato che della sua voce possente, della sua lingua di fuoco, e ora… ora non poteva più nemmeno fiatare! Il Ribaldo di lassù, i ribaldi di quaggiù lo sapevano; quelli stessi che gli si dichiaravano amici glielo facevano apposta: lo stuzzicavano, lo punzecchiavano per rovinarlo del tutto, per farlo crepare addirittura; muggiva egli, muggiva per contenersi, e pareva che gli occhi enormi, bovini, gli volessero schizzare dal faccione congestionato. Accumulava bile:
– La mia musa è la bile! Anche Shakespeare con la bile creò Otello, creò Re Lear!
Ed egli preparava un poema, l’Erostrato: tremendo. Ah, il magnifico tempio dell’Impostura, il tempio della così detta Civiltà, dove l’infame Ipocrisia troneggiava adorata, egli lo avrebbe incendiato coi suoi versi. Ma, dacché la gente sapeva che egli attendeva a questo suo poema: – Za! za! za! – pugnalate da tutte le parti.
Destituito da professore di ginnasio per queste sue tragiche bestialità, buttato sul lastrico, Giannantonio Cocco Bertolli fino a poco tempo fa non si era avvilito. Dormire, dormiva per due soldi in un ricovero di mendicità:

tra i sublimi straccioni impidocchiati
mangiare… quella buona Carolinona gli faceva credito da più d’un anno.
– E io, Carolina, la immortalerò! – le ripeteva egli. – Lei sola mi ama, lei che sotto spoglie grossolane alberga un cuor d’oro, un’anima nobilissima, Carolina!
– Sissignore, non s’inquieti, – s’affrettava a rispondergli Carolinona, che aveva, come il buon Martinelli, paura di quegli occhiacci che si spalancavano lucidissimi ogni qual volta egli si metteva a parlare, atteggiando la bocca a un ghigno di compiacimento per la sua loquela, cosicché non si sapeva mai se, anche quando faceva un complimento, sbottoneggiasse a suo modo.
Temeva anche la Pentoni che gli altri avventori – quelli che pagavano – non se lo recassero a dispetto, non avessero fastidio o nausea della presenza di lui, lì a tavola; e perciò sia per buon cuore, sia per paura, non sapendo metterlo alla porta, gli consigliava amorevolmente calma, prudenza, cercava con tutto il garbo d’ammansarlo, e si prendeva cura di lui, di quegli abiti che gli cascavano addosso; e glieli rammendava, glieli spazzolava: era finanche arrivata a rimediargli qualche cravatta dai nastri di certi suoi cappelli smessi.
Non intendendo perché tutte quelle cure gli fossero usate, Giannantonio Cocco Bertolli, alla fine – (e come no?) – s’era innamorato della Pentoni.

Vedo la tua bell’anima
Che di fattezze angeliche ti veste
E asconde a me la ruvida
Spoglia mortal, tue mansion modeste…

Comments are closed.
contatore accessi web