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LA SIGNORA SPERANZA di Luigi Pirandello| Testo

Fu allora deciso, dopo lungo confabulare, di mandar lo Scossi in casa di Biagio Speranza, cui nessuno, da quel giorno, aveva più riveduto: se non si trovava in casa, lasciargli un biglietto, per avvertirlo del pericolo della Pentoni; se era partito, saper l’indirizzo per telegrafargli.
Né in casa, né partito. Dario Scossi dovette prendere a nolo una vettura per recarsi a un poderetto della vecchia padrona di casa dello Speranza, a tre chilometri circa fuor di porta. Biagio si trovava colà da quattro giorni e vi si sarebbe trattenuto fino alla partenza per Barcellona: aveva raccomandato alla padrona di casa di non far sapere a nessuno il suo rifugio, e la padrona di casa, come si vede, aveva mantenuto la promessa. Ma si trattava, è vero? d’un caso molto grave.
– Gravissimo! Gravissimo! – la rassicurò lo Scossi.
Avendo forzata cosi la consegna, questi, via facendo, cominciò a sentire il bisogno di credere sul serio al pericolo che minacciava Carolinona, alla terribilità del Cocco Bertolli, per avere il coraggio di presentarsi a Biagio Speranza. Come doveva esser lieto, quel birbaccione, in mezzo alla campagna che già si rivestiva di tenero verde. L’aria era ancora frizzante, ma di che lieve freschezza ristorava lo spirito e come riposavano gli occhi su quelle prime ridenti verzure!
Quando la carrozza, finalmente, si fermò dinanzi a un rustico cancello a una sola banda, sorretto da due pilastri non meno rustici, dietro ai quali sorgevano due alti cipressi, Dario Scossi era com’ebro di primavera.
Un erto vialetto saliva dal cancello, tra la vigna, su al poggiuolo, in vetta al quale stava tra gli alberi la casina. Che poesia! che sogno! che quiete! Il fresco d’ombra di quella poggiata a bacio era saturo di fragranze selvatiche: amare di prugnole, dense e acute di mentastri e di salvie. Prima di sonar la campana, lo Scossi guardò un pezzo lassù; udì a un tratto acutissimi strilli di papere, poi la voce di Biagio Speranza, che chiamava allegramente:
– Nannetta! Nannetta!
Ah marrano! ah rinnegato! In pieno idillio? Si penti d’esser venuto.
– Debbo aspettare? – gli domandò il vetturino.
– Si, aspetta. Suono.
Ma, prima di tirare la catena, guardò la campanella che pendeva immobile, arrugginita, dalla parte interna del pilastro, in alto.
«Ecco», pensò, «fra un minuto essa romperà l’incanto, sonando. Tiro o non tiro?»
Tirò pian piano: il battaglio, ecco, si accostava all’orlo, lo toccava appena, senza dare alcun tintinno… Lasciò d’un tratto la catena, e la campana squillò furiosamente.
– Fatto! Crepa! Corno d’Ernani!
Su, in cima al vialetto, si presentò poco dopo un vecchio contadino, il quale, vedendo la vettura innanzi al cancello, s’affrettò a discendere.
– Lei signore, chi cercate?
– Speranza.
– Che vuol dire? Ah, sissignore: sarebbe quel giovinotto… Sta qui.
Apri il cancello e Dario Scossi entrò. Giunsero di nuovo, dall’alto, gli strilli delle papere, e il vecchio contadino si mise a ridere, scotendo la testa:
– Che matto! che matto!
– Biagio? che fa? – domandò lo Scossi.
– Mah, una ne fa e cento ne pensa! – rispose il contadino. – Venga a vedere. Fa i berrettini da soldato a quelle povere bestiole e le avvia cosi, con quelle barchette in capo, alla signora che sta laggiù alla vasca del giardino.
– Nannetta! Nannetta! – gridò un’altra volta, di lassù Biagio. – Eccoti Carolinona, che viene di corsa! L’ho fatta caporalessa.
– Orrore! – urlò Dario Scossi, presentandosi su la spianata.
– Dario! – esclamò Biagio Speranza, di soprassalto. – Come! Tu qua?
E gli mosse incontro. Ma lo Scossi si tirò un passo indietro e lo guatò severamente.
– A un’oca il nome di tua moglie?
– Oh, sta’ quieto! – gli rispose Biagio scrollandosi tutto. – Sei venuto a seccarmi fin qua? Com’hai saputo?

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