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LA SIGNORA SPERANZA di Luigi Pirandello| Testo

S’era messo a preparare l’occorrente per il viaggio, quando pensò che gli mancava il denaro per quella partenza anticipata. E allora, di fronte a questa difficoltà materiale, convenne che, in fine, non era degna di lui la fuga. La aveva fatta proprio grossa; s’era lasciato spingere un po’ troppo oltre dal suo spiritaccio bislacco e, abbagliato da quel lampo di pazzia o di genio (tutt’uno!), non aveva pensato alle conseguenze, cioè alla somaraggine degli amici. Ora, a questa somaraggine egli doveva pur concedere un po’ di sfogo, che diamine! e sopportare in pace, con pazienza, i ragli per alcuni giorni. Si sarebbero stancati alla fine, e l’avrebbero smessa. Sì, si; aveva fatto proprio male a indispettirsi, ad andarsene così di nascosto. E non doveva poi abbandonare alle ire del Cocco Bertolli quella povera donna che non c’entrava né punto né poco, che sarebbe stata ai patti convenuti e non lo avrebbe mai molestato né infastidito; ne era sicuro!
«Povera Carolinona!», pensò, sorridendo. «Con che faccia pronunziò quel sì… Pareva che con gli occhi volesse soggiungere all’ufficiale dello Stato Civile: “Veda un po’ Lei che valore può avere… A me, in verità, non pare che ci si possa scherzare; ma questi giovanotti han creduto che non ci fosse nulla di male, ed eccomi qua, per contentarli. Che altro debbo fare? Scrivere, anche? Firmare?”. Povera Carolinona! Guardò la penna, come per dire: “Ma proprio proprio firmare?”. Poi guardò me, indecisa. M’è venuto di ridere e le ho indicato il posto dove doveva apporre la firma. Che raspatura di gallina, poveretta! E quella predica, poi, dell’assessore! E tutti quegli articoli del contratto matrimoniale… “La moglie deve seguire il marito…”. – Sì, a Barcellona! A cavallo d’una scopa! Ma il fatto è, intanto, che mentre io andrò in giro per mezza Europa, lei resterà qua mia moglie, sempre, fin che campa. Passerà un anno, ne passeranno due, tre, diventerà vecchia: sempre mia moglie. Questo è l’inconveniente dello scherzo. Mah! Non ci penserà più, poverina, di qui a poco. Bisognerà fare in modo che non ci pensino più neanche gli altri. Se mi seccano troppo mi risolverò di cambiar residenza; tanto, sono uccello senza nido, e buona notte, sonatori.»
Si mise a letto e non tardò ad addormentarsi. Non avendo però ajutato con un po’ di moto la digestione del lauto pranzo, dormì male.
Brutti sogni! Carolinona non voleva più sentir ragione: era moglie, sì o no? e dunque voleva far valere tutti i suoi diritti, pronta, prontissima a sottostare a tutti i doveri. Lo prendeva per un braccio, non intendeva di lasciarlo più. Ma come! e i patti? se era uno scherzo! – Scherzo? – Ella aveva firmato davvero. E perciò lì! egli doveva star lì, con lei! – Infamia! tradimento! – Tutte le porte chiuse? – Calci, spintoni, pugni a tutte le porte. Invano! Ah, che dolore, che rabbia, che angoscia… Dietro quelle porte chiuse, asserragliate, ridevano gli amici, a crepapelle: Cariolin, lo Scossi, Cedobonis e finanche il Martinelli. Trunfo sghignava. Congiura infame! Lo volevano dunque morto? No, no, anche a costo di morire, no: egli non si sarebbe arreso a dormire su quel letto. Ah, lo prendevano di forza? ve lo legavano? Vigliacchi! in tanti contro uno! Piano, piano… Lì, alla gola, no… Ah, lo soffocavano…
Balzò a sedere sul letto, col cuore che gli batteva in tumulto.
– Maledetti!… Che sogno! Via, via…
Trasse un sospiro di sollievo e si ricompose a dormire, dall’altra parte.
Poco dopo era a Barcellona, in sogno. Ma l’amica ch’egli andava ogni volta a trovare – che è, che non è – gli si cangiava tra le braccia in Carolinona.

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