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LA SIGNORA SPERANZA di Luigi Pirandello| Testo

Lì, certo, su quel letto matrimoniale, ella non si sarebbe messa a dormire. Si accostò per contemplarlo da vicino, e passò prima, lievemente, una mano su la coperta rosea, di seta: ma su quel rosa tenero, morbidissimo, notò a un tratto il nero della sua mano tozza, sconciata dai ruvidi lavori, con le unghie piatte, corte, e istintivamente la ritrasse, mormorando di nuovo:
– Peccato!
Si protese un po’ a guardare il ricamo del lenzuolo, ma già non notava più la bellezza del letto, pensava a sé, pensava che, se lei fosse stata bella, quel matrimonio così per ridere non sarebbe avvenuto. Anche perché, se bella, chi sa da quanto tempo avrebbe avuto marito… Eppure, a volerla dire, quante sue amiche d’altri anni, certo non più belle di lei, avevano sposato, avevano una casa ora, uno stato; mentre lei… così per ridere! sposata, per non esser moglie… – Sorte!
E, per giunta, lo scherno di quel letto lì, così bello, che aveva suscitato un così vivo ribrezzo, anzi orrore, orrore in lui: – Mi fate accapponar la pelle! -. Eh via… bella, no: lo capiva da sé; e poi, rifinita, debellata dalla vitaccia crudele; matrimonio fatto per scherzo, d’accordo, sì… ma era poi, veramente, tanto tanto tanto brutta lei, da suscitare tutto quel ribrezzo, tutto quell’orrore? Eh via! non era neanche vecchia, in fin de’ conti! – Non per lusingarsi (non ci pensava nemmeno!); ma troppo, ecco, troppo… E, alla fin fine, era una donna onesta, lei, illibata, non ostante tutte le calunnie. Questo, intanto, sarebbe stato bene metterlo in chiaro. Non per nulla, ma perché egli almeno non credesse d’aver buttato il suo nome nel fango. Si regolasse poi come credeva: a lei non importava affatto di tutto il resto: le premeva soltanto che la sapesse pura, pura come quando era uscita dal grembo di sua madre, ecco. E basta.
Si scosse; si guardò attorno: vide in un angolo, arrotolate, le materasse del suo lettino; la lettiera di ferro, accostata al muro. Restò un pezzo perplessa se chiamare o no la serva per farsi ajutare; ebbe compassione di quella poveretta che, a quell’ora, forse dormiva, stanca della fatica straordinaria della giornata. Che fare? Si mosse verso l’angolo ove stavano le materasse; ma, passando innanzi allo specchio dell’armadio, intravide la propria immagine, e si fermò. Dall’attento esame di se stessa nello specchio (quantunque ella, mentendo di fronte alla propria coscienza, credesse di contemplar soltanto l’abito nuovo, che, allestito in fretta, le stava tanto male), le nacque una vivissima stizza per l’impiccio del lettino da rifare. – No, niente! Avrebbe dormito lì, su la poltrona. Tanto peggio per lei che, all’età sua, per far divertire gli altri, s’era prestata a commettere una tale pazzia, esponendosi così al ridicolo, al dileggio.
Subito dopo, però, il bisogno istintivo di scusarsi innanzi a se stessa, le pose avanti la ragione per cui vi si era lasciata indurre: la paura cioè di quell’altro matto da catena, che voleva diventare per forza suo marito; la promessa pietosa ch’ella s’era lasciata sfuggire lì, all’ospedale, quel giorno, per aver dato ascolto a quell’imbecille di Martinelli.
«Bah!», pensò. «Mi servirà almeno per questo. E quando quel matto furioso uscirà dall’ospedale, egli (mio marito!) mi difenderà, riconoscendo la ragione per cui mi son prestata a far la buffona. Dovrà pur venire e dovrà pur dirglielo che io sono, almeno per finta, la sua legittima moglie.»
Prese a sbottonarsi il busto. A un tratto s’arrestò, dicendo a se stessa che era inutile, se doveva dormir seduta sulla poltrona. Altra bugia, questa, messa avanti per impedirsi di assumer coscienza di una speranza sciocca, cui sapeva di non potere neanche per sogno accogliere. E tuttavia, spento il lume, seduta ormai su la poltrona, ella intendeva l’orecchio – senza saperlo, senza volerlo – nel silenzio della strada sottostante.
Dov’era egli a quell’ora? Forse in qualche Caffè, con gli amici. E immaginò la sala d’un Caffè, illuminata, e li vide tutti quelli della sua Pensione – lì, intorno ai tavolini, e vide lui che rideva, rideva e teneva testa ai motteggi. Certo il suo nome era su la bocca di tutti, deriso… Che gliene importava? Ella aspettava che quella riunione chiassosa finisse, per veder lui solo.
Dove sarebbe andato? A casa? o forse… Forse sarebbe andato a trovare qualche altra donna…
Restò, a questa supposizione, come innanzi a un vuoto inatteso, imprevisto. Ma si! ma sì! Non era egli libero del tutto?
E lei qua, intanto, su la poltrona, con lo splendido letto accanto – oh pazza! oh sciocca! – E non riusciva a prender sonno.

IV
No: Biagio Speranza non era andato al Caffè, come Carolinona aveva fantasticato.
Indispettito dall’insulsaggine degli amici, egli si era ritirato a casa, col fermo proponimento di partire il giorno appresso per Barcellona, e farla finita.

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