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Parafrasi canto 6 (VI) del Paradiso di Dante

dalle quali Torquato e Quinzio, chiamato Cincinnato per il suo
ciuffo arruffato, ed anche i Deci ed i Fabi,
ottenere quella fama che io onoro molto volentieri.

Esso, lo stendardo imperiale, atterrò l’orgoglio dei Cartaginesi
che al seguito di Annibale oltrepassarono
le Alpi Occidentali, dalle quali discende il Po.

Sotto di lui trionfarono ancora in giovane età
Scipione l’Africano e Pompeo; ed alle colline sotto le quali
tu sei nato, di Fiesole, risultò invece amaro, doloroso.

Successivamente, con l’avvicinarsi del tempo in cui a Dio
piacque che tutto il mondo fosse condotto all’ordine, alla serenità
delle sfere celesti, per la volontà del popolo romano l’insegna dell’aquila fu presa da Cesare.

Le imprese compiute dal fiume Varo fino al Reno,
le poterono vedere anche i fiumi Isère, Loira e Senna,
ad anche ogni valle in cui scorre il fiume Rodano.

Quello che fece dopo che Cesare uscì da Ravenna
ed attraversò il Rubicone, fu talmente rapido e di tale entità che
sarebbe impossibile stargli dietro con le parole o con gli scritti.

Verso la Spagna rivolse poi il suo esercito,
poi verso Durazzo, ed a Farsalò colpì Pompeo tanto duramente
che se ne sentirono gli echi fino alle rive del caldo Nilo.

Rivide quindi il porto di Antandro ed il fiume Simoenta, verso i
quali si era mosso, ed anche la tomba di Ettore; ed in seguito,
rimosso Tolomeo a favore di Cleopatra, si allontanò dall’Egitto.

Da lì scese come fosse un fulmine su Giuba;
da cui fece poi rotta verso occidente,
da dove sentiva provenire la voce dei sostenitori di Pompeo.

Le imprese che lo stendardo ottenne con il successivo
portatore, Ottaviano, erede di Cesare, fanno ancora lamentare
nel profondo inferno Bruto e Cassio, e furono dolorose per le città di Modena e Perugia.

Le piange ancora la triste Cleopatra
che, fuggendo dinnanzi ad esso, con il morso di un serpente
velenoso si dette una morte istantanea ed atroce.

Con Ottaviano corse e si espanse fino al mar Rosso;
con costui stabilì nel mondo una pace tale
che vennero serrate le porte del tempio di Giano.

Ma ciò che l’Aquila imperiale, in nome della quale ti sto parlando,
aveva compiuto prima e avrebbe compiuto poi
su tutta la terra, regno dei mortali, che sottostava ad essa

diventa poca cosa e di poca fama, se si guarda a ciò
che essa compì quando venne sostenuta dal terzo imperatore,
Tiberio, se si guarda con occhi liberi da pregiudizi e cuore puro;

poiché la giustizia divina, che ispira le mie parole,
concesse all’insegna imperiale, quando fu nelle sue mani,
la gloria di poter vendicare l’ira di Dio, di punire il peccato originale, la colpa di Adamo, con il sacrificio di Cristo.

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