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Parafrasi canto 30 (XXX) dell’Inferno di Dante

“Li ho trovati qui – e non si sono mai mossi -”
mi rispose, “quando precipitai in questo pendio ripido,
e non credo che si muoveranno in eterno.

Una è la bugiarda che accusò falsamente Giuseppe;
l’altro è il bugiardo Sinone, greco di Toria:
ed a causa dell’altissima febbre emettono tanto puzzo”.

E uno di loro, che s’indispettì
forse per essere stato nominato così spregevolmente,
con il pugno percosse maestro Adamo sulla gran pancia dura.

Quella risuonò come fosse stata un tamburo;
e il maestro Adamo gli percosse in risposta il volto
con il suo pugno, che non sembrò essere meno forte, duro,

dicendogli: “Anche se mi è stata tolta la possibilità
di potermi muovere a causa delle membra appesantite, ho ancora
il braccio libero ed agile per poterlo usare in questo modo”.

Quindi Sinone rispose: “Quando tu venivi portato
al rogo, non l’avevi così svelto:
ma così e anche di più lo avevi quando coniavi monete false”.

E l’idropico: “In questo tu dici il vero:
non tu non sei stato invece testimone altrettanto affidato
quando là a Troia ti fu chiesto di dire la verità”.

“Se io dissi il falso, tu hai falsificato la moneta”
disse Sinone; “ma io son qui per un solo peccato,
mentre tu hai peccato più di qualunque altro demonio!”.

“Ricordati, traditore falso, del cavallo”
rispose quello che aveva la pancia gonfia;
“e ti sia di vergogna che tutto il mondo lo sappia!”.

“E a te sia di tormento la sete che ti fa crepare”
disse il greco “la lingua, ed anche l’acqua marcia che ti fa
innalzare il ventre fino su agli occhi come una siepe!”.

Allora il coniatore: “Allo stesso modo si squarcia
la tua bocca per parlare male degli altri, come al solito;
perchè se io ho sete e l’umore che mi goncia,

tu sei accaldato dalla febbre ed hai la testa che ti duole;
ed a leccare l’acqua in cui si specchiò Narciso
non servirebbero molte parole per invitarti a farlo”.

Io ero tutto intento ad ascoltarli,
quando il mio maestro mi disse: “Continua a fissarli!
e mancherà poco che non litighi anch’io con te”.

Quando lo sentii rivolgersi a me in modo adirato,
mi volsi verso di lui con una tale vergogna,
che ancora riesco a ricordarla bene nella memoria.

Come colui che sta sognando di essere in disgrazia,
e che anche se sta già in realtà sognando, desidera sognare,
aspirando a quello che è già realtà, come se non lo fosse,

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