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Testo del canto 29 (XXIX) dell’Inferno di Dante

Qual dolor fora, se de li spedali
di Valdichiana tra ‘l luglio e ‘l settembre
e di Maremma e di Sardigna i mali

fossero in una fossa tutti ‘nsembre,
tal era quivi, e tal puzzo n’usciva
qual suol venir de le marcite membre.

Noi discendemmo in su l’ultima riva
del lungo scoglio, pur da man sinistra;
e allor fu la mia vista più viva

giù ver’ lo fondo, la ‘ve la ministra
de l’alto Sire infallibil giustizia
punisce i falsador che qui registra.

Non credo ch’a veder maggior tristizia
fosse in Egina il popol tutto infermo,
quando fu l’aere sì pien di malizia,

che li animali, infino al picciol vermo,
cascaron tutti, e poi le genti antiche,
secondo che i poeti hanno per fermo,

si ristorar di seme di formiche;
ch’era a veder per quella oscura valle
languir li spirti per diverse biche.

Qual sovra ‘l ventre e qual sovra le spalle
l’un de l’altro giacea, e qual carpone
si trasmutava per lo tristo calle.

Passo passo andavam sanza sermone,
guardando e ascoltando li ammalati,
che non potean levar le lor persone.

Io vidi due sedere a sé poggiati,
com’ a scaldar si poggia tegghia a tegghia,
dal capo al piè di schianze macolati;

e non vidi già mai menare stregghia
a ragazzo aspettato dal segnorso,
né a colui che mal volontier vegghia,

come ciascun menava spesso il morso
de l’unghie sopra sé per la gran rabbia
del pizzicor, che non ha più soccorso;

e sì traevan giù l’unghie la scabbia,
come coltel di scardova le scaglie
o d’altro pesce che più larghe l’abbia.

«O tu che con le dita ti dismaglie»,
cominciò ‘l duca mio a l’un di loro,
«e che fai d’esse talvolta tanaglie,

dinne s’alcun Latino è tra costoro
che son quinc’ entro, se l’unghia ti basti
etternalmente a cotesto lavoro».

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