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Testo del canto 43 (XLIII) del poema Orlando Furioso

40
Divenimmo ambi di color di morte,
muti ambi, ambi restiàn con gli occhi bassi.
Potei la lingua a pena aver sì forte,
e tanta voce a pena, ch’io gridassi:
– Me tradiresti dunque tu, consorte,
quando tu avessi chi ‘l mio onor comprassi ? –
Altra risposta darmi ella non puote,
che di rigar di lacrime le gote.

41
Ben la vergogna è assai, ma più lo sdegno
ch’ella ha, da me veder farsi quella onta;
e multiplica sì senza ritegno,
ch’in ira al fine e in crudele odio monta.
Da me fuggirsi tosto fa disegno;
e ne l’ora che ‘l Sol del carro smonta,
al fiume corre, e in una sua barchetta
si fa calar tutta la notte in fretta:

42
e la matina s’appresenta avante
al cavallier che l’avea un tempo amata,
sotto il cui viso, sotto il cui sembiante
fu contra l’onor mio da me tentata.
A lui che n’era stato ed era amante,
creder si può che fu la giunta grata.
Quindi ella mi fe’ dir ch’io non sperassi
che mai più fosse mia, né più m’amassi.

43
Ah lasso! da quel dì con lui dimora
in gran piacere, e di me prende giuoco;
ed io del mal che procacciammi allora,
ancor languisco, e non ritrovo loco.
Cresce il mal sempre, e giusto è ch’io ne muora;
e resta omai da consumarci poco.
Ben credo che ‘l primo anno sarei morto,
se non mi dava aiuto un sol conforto.

44
Il conforto ch’io prendo, è che di quanti
per dieci anni mai fur sotto al mio tetto
(ch’a tutti questo vaso ho messo inanti),
non ne trovo un che non s’immolli il petto.
Aver nel caso mio compagni tanti
mi dà fra tanto mal qualche diletto.
Tu tra infiniti sol sei stato saggio,
che far negasti il periglioso saggio.

45
Il mio voler cercare oltre alla meta
che de la donna sua cercar si deve,
fa che mai più trovare ora quieta
non può la vita mia, sia lunga o breve.
Di ciò Melissa fu a principio lieta:
ma cessò tosto la sua gioia lieve;
ch’essendo causa del mio mal stata ella,
io l’odiai sì, che non potea vedella.

46
Ella d’esser odiata impaziente
da me che dicea amar più che sua vita,
ove donna restarne immantinente
creduto avea, che l’altra ne fosse ita;
per non aver sua doglia sì presente,
non tardò molto a far di qui partita;
e in modo abbandonò questo paese,
che dopo mai per me non se n’intese. –

47
Così narrava il mesto cavalliero:
e quando fine alla sua istoria pose,
Rinaldo alquanto ste’ sopra pensiero,
da pietà vinto, e poi così rispose:
– Mal consiglio di diè Melissa in vero,
che d’attizzar le vespe ti propose;
e tu fusti a cercar poco avveduto
quel che tu avresti non trovar voluto.

48
Se d’avarizia la tua donna vinta
a voler fede romperti fu indutta,
non t’ammirar; né prima ella né quinta
fu de le donne prese in sì gran lutta;
e mente via più salda ancora è spinta
per minor prezzo a far cosa più brutta.
Quanti uomini odi tu, che già per oro
han traditi padroni e amici loro?

49
Non dovevi assalir con sì fiere armi,
se bramavi veder farle difesa.
Non sai tu, contra l’oro, che né i marmi
né ‘l durissimo acciar sta alla contesa?
Che più fallasti tu a tentarla parmi,
di lei che così tosto restò presa.
Se te altretanto avesse ella tentato,
non so se tu più saldo fossi stato. –

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