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Testo del canto 43 (XLIII) del poema Orlando Furioso

130
Sì che, per rimediarvi, in fretta manda
intorno messi e lettere a cercarne:
ch’in quel loco, ch’in questo ne domanda
per Lombardia, senza città lasciarne.
Poi va in persona, e non si lascia banda
ove o non vada o mandivi a spiarne:
né mai può ritrovar capo né via
di venire a notizia, che ne sia.

131
Al fin chiama quel servo a chi fu imposta
l’opra crudel che poi non ebbe effetto,
e fa che lo conduce ove nascosta
se gli era Argia, sì come gli avea detto;
che forse in qualche macchia il dì reposta,
la notte si ripara ad alcun tetto.
Lo guida il servo ove trovar si crede
la folta selva, e un gran palagio vede.

132
Fatto avea farsi alla sua fata intanto
la bella Argia con subito lavoro
d’alabastri un palagio per incanto,
dentro e di fuor tutto fregiato d’oro.
Né lingua dir, né cor pensar può quanto
avea beltà di fuor, dentro tesoro.
Quel che iersera sì ti parve bello,
del mio signor, saria un tugurio a quello.

133
E di panni di razza, e di cortine
tessute riccamente e a varie fogge,
ornate eran le stalle e le cantine,
non sale pur, non pur camere e logge;
vasi d’oro e d’argento senza fine,
gemme cavate, azzurre e verdi e rogge,
e formate in gran piatti e in coppe e in nappi,
e senza fin d’oro e di seta drappi.

134
Il giudice, sì come io vi dicea,
venne a questo palagio a dar di petto,
quando né una capanna si credea
di ritrovar, ma solo il bosco schietto.
Per l’alta maraviglia che n’avea,
esser si credea uscito d’intelletto:
non sapea se fosse ebbro o se sognassi,
o pur se ‘l cervel scemo a volo andassi.

135
Vede inanzi alla porta uno Etiopo
con naso e labri grossi; e ben gli è avviso
che non vedesse mai, prima né dopo,
un così sozzo e dispiacevol viso;
poi di fattezze, qual si pinge Esopo,
d’attristar, se vi fosse, il paradiso;
bisunto e sporco, e d’abito mendico:
né a mezzo ancor di sua bruttezza io dico.

136
Anselmo che non vede altro da cui
possa saper di chi la casa sia,
a lui s’accosta, e ne domanda a lui;
ed ei risponde: – Questa casa è mia. –
Il giudice è ben certo che colui
lo beffi e che gli dica la bugia:
ma con scongiuri il negro ad affermare
che sua è la casa, e ch’altri non v’ha a fare;

137
e gli offerisce, se la vuol vedere,
che dentro vada, e cerchi come voglia;
e se v’ha cosa che gli sia in piacere
o per sé o per gli amici, se la toglia.
Diede il cavallo al servo suo a tenere
Anselmo, e messe il piè dentro alla soglia;
e per sale e per camere condutto,
da basso e d’alto andò mirando il tutto.

138
La forma, il sito, il ricco e bel lavoro
va contemplando, e l’ornamento regio;
e spesso dice: – Non potria quant’oro
è sotto il sol pagare il loco egregio. –
A questo gli risponde il brutto Moro,
e dice: – E questo ancor trova il suo pregio:
se non d’oro o d’argento, nondimeno
pagar lo può quel che vi costa meno. –

139
E gli fa la medesima richiesta
ch’avea già Adonio alla sua moglie fatta.
De la brutta domanda e disonesta,
persona lo stimò bestiale e matta.
Per tre repulse e quattro egli non resta;
e tanti modi a persuaderlo adatta,
sempre offerendo in merito il palagio,
che fe’ inchinarlo al suo voler malvagio.

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