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Testo del canto 43 (XLIII) del poema Orlando Furioso

120
Quanto dovea parergli il dubio buono,
se pensava il dolor ch’avria del certo!
Poi ch’indarno provò con priego e dono,
che da la balia il ver gli fosse aperto,
né toccò tasto ove sentisse suono
altro che falso; come uom ben esperto,
aspettò che discordia vi venisse;
ch’ove femine son, son liti e risse.

121
E come egli aspettò, così gli avvenne;
ch’al primo sdegno che tra loro nacque,
senza suo ricercar, la balia venne
il tutto a ricontargli, e nulla tacque.
Lungo a dir fôra ciò che ‘l cor sostenne,
come la mente costernata giacque
del giudice meschin, che fu sì oppresso,
che stette per uscir fuor di se stesso:

122
e si dispose al fin, da l’ira vinto,
morir, ma prima uccider la sua moglie;
e che d’amendue i sangui un ferro tinto
levassi lei di biasmo, e sé di doglie.
Ne la città se ne ritorna, spinto
da così furibonde e cieche voglie;
indi alla villa un suo fidato manda,
e quanto esequir debba, gli commanda.

123
Commanda al servo, ch’alla moglie Argia
torni alla villa, e in nome suo le dica
ch’egli è da febbre oppresso così ria,
che di trovarlo vivo avrà fatica;
sì che, senza aspettar più compagnia,
venir debba con lui, s’ella gli è amica
(verrà: sa ben che non farà parola);
e che tra via le seghi egli la gola.

124
A chiamar la patrona andò il famiglio,
per far di lei quanto il signor commesse.
Dato prima al suo cane ella di piglio,
montò a cavallo ed a camin si messe.
L’avea il cane avisata del periglio,
ma che d’andar per questo ella non stesse;
ch’avea ben disegnato e proveduto
onde nel gran bisogno avrebbe aiuto.

125
Levato il servo del camino s’era;
e per diverse e solitarie strade
a studio capitò su una riviera
che d’Apennino in questo fiume cade;
ov’era bosco e selva oscura e nera,
lungi da villa e lungi da cittade.
Gli parve loco tacito e disposto
per l’effetto crudel che gli fu imposto.

126
Trasse la spada e alla padrona disse
quanto commesso il suo signor gli avea;
sì che chiedesse, prima che morisse,
perdono a Dio d’ogni colpa rea.
Non ti so dir com’ella si coprisse:
quando il servo ferirla si credea,
più non la vide, e molto d’ogn’intorno
l’andò cercando, e al fin restò con scorno.

127
Torna al patron con gran vergogna ed onta,
tutto attonito in faccia e sbigottito;
e l’insolito caso gli racconta,
ch’egli non sa come si sia seguito.
Ch’a’ suoi servigi abbia la moglie pronta
la fata Manto, non sapea il marito;
che la balia onde il resto avea saputo,
questo, non so perché, gli avea taciuto.

128
Non sa che far; che né l’oltraggio grave
vendicato ha, né le sue pene ha sceme.
Quel ch’era una festuca, ora è una trave,
tanto gli pesa, tanto al cor gli preme.
L’error che sapean pochi, or sì aperto have,
che senza indugio si palesi, teme.
Potea il primo celarsi; ma il secondo,
publico in breve fia per tutto il mondo.

129
Conosce ben che, poi che ‘l cor fellone
avea scoperto il misero contra essa,
ch’ella, per non tornargli in suggezione,
d’alcun potente in man si sarà messa;
il qual se la terrà con irrisione
ed ignominia del marito espressa;
e forse anco verrà d’alcuno in mano,
che ne fia insieme adultero e ruffiano.

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