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Testo del canto 42 (XLII) del poema Orlando Furioso

20
Qui de la istoria mia, che non sia vera,
Federigo Fulgoso è in dubbio alquanto;
che con l’armata avendo la riviera
di Barberia trascorsa in ogni canto,
capitò quivi, e l’isola sì fiera,
montuosa e inegual ritrovò tanto,
che non è, dice, in tutto il luogo strano,
ove un sol piè si possa metter piano:

21
né verisimil tien che ne l’alpestre
scoglio sei cavallieri, il fior del mondo,
potesson far quella battaglia equestre.
Alla quale obiezion così rispondo:
ch’a quel tempo una piazza de le destre,
che sieno a questo, avea lo scoglio al fondo;
ma poi, ch’un sasso che ‘l tremuoto aperse,
le cadde sopra, e tutta la coperse.

22
Sì che, o chiaro fulgor de la Fulgosa
stirpe, o serena, o sempre viva luce,
se mai mi riprendeste in questa cosa,
e forse inanti a quello invitto duce
per cui la vostra patria or si riposa,
lascia ogni odio, e in amor tutta s’induce;
vi priego che non siate a dirgli tardo,
ch’esser può che né in questo io sia bugiardo.

23
In questo tempo, alzando gli occhi al mare,
vide Orlando venire a vela in fretta
un navilio leggier, che di calare
facea sembiante sopra l’isoletta.
Di chi si fosse, io non voglio or contare,
perc’ho più d’uno altrove che m’aspetta.
Veggiamo in Francia, poi che spinto n’hanno
i Saracin, se mesti o lieti stanno.

24
Veggiàn che fa quella fedele amante
che vede il suo contento ir sì lontano;
dico la travagliata Bradamante,
poi che ritrova il giuramento vano,
ch’avea fatto Ruggier pochi dì inante,
udendo il nostro e l’altro stuol pagano.
Poi ch’in questo ancor manca, non le avanza
in ch’ella debba più metter speranza.

25
E ripetendo i pianti e le querele
che pur troppo domestiche le furo,
tornò a sua usanza a nominar crudele
Ruggiero, e ‘l suo destin spietato e duro.
Indi sciogliendo al gran dolor le vele,
il ciel, che consentia tanto pergiuro,
né fatto n’avea ancor segno evidente,
ingiusto chiama, debole e impotente.

26
Ad accusar Melissa si converse,
e maledir l’oracol de la grotta;
ch’a lor mendace suasion s’immerse
nel mar d’amore, ov’è a morir condotta.
Poi con Marfisa ritornò a dolerse
del suo fratel che le ha la fede rotta:
con lei grida e si sfoga, e le domanda,
piangendo, aiuto, e se le raccomanda.

27
Marfisa si ristringe ne le spalle,
e, quel sol che pò far, le dà conforto;
né crede che Ruggier mai così falle,
ch’a lei non debba ritornar di corto.
E se non torna pur, sua fede dalle,
ch’ella non patirà sì grave torto;
o che battaglia piglierà con esso,
o gli farà osservar ciò c’ha promesso.

28
Così fa ch’ella un poco il duol raffrena;
ch’avendo ove sfogarlo, è meno acerbo.
Or ch’abbiam vista Bradamante in pena,
chiamar Ruggier pergiuro, empio e superbo;
veggiamo ancor, se miglior vita mena
il fratel suo che non ha polso o nerbo,
osso o medolla che non senta caldo
de le fiamme d’amor; dico Rinaldo.

29
dico Rinaldo, il qual, come sapete,
Angelica la bella amava tanto;
né l’avea tratto all’amorosa rete
sì la beltà di lei, come l’incanto.
Aveano gli altri paladin quiete,
essendo ai Mori ogni vigore affranto:
tra i vincitori era rimaso solo
egli captivo in amoroso duolo.

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