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Testo del canto 42 (XLII) del poema Orlando Furioso

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L’altra che segue in ordine, è Diana.
– Non guardar (dice il marmo scritto) ch’ella
sia altiera in vista; che nel core umana
non sarà però men ch’in viso bella. –
Il dotto Celio Calcagnin lontana
farà la gloria e ‘l bel nome di quella
nel regno di Monese, in quel di Iuba,
in India e Spagna udir con chiara tuba:

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ed un Marco Cavallo, che tal fonte
farà di poesia nascer d’Ancona,
qual fe’ il cavallo alato uscir del monte,
non so se di Parnasso o d’Elicona.
Beatrice appresso a questo alza la fronte,
di cui lo scritto suo così ragiona:
– Beatrice bea, vivendo, il suo consorte,
e lo lascia infelice alla sua morte;

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anzi tutta l’Italia, che con lei
fia triunfante, e senza lei, captiva. –
Un signor di Coreggio di costei
con alto stil par che cantando scriva,
e Timoteo, l’onor de’ Bendedei:
ambi faran tra l’una e l’altra riva
fermare al suon de’ lor soavi plettri
il fiume ove sudar gli antiqui elettri.

93
Tra questo loco e quel de la colonna
che fu sculpita in Borgia, com’è detto,
formata in alabastro una gran donna
era di tanto e sì sublime aspetto,
che sotto puro velo, in nera gonna,
senza oro e gemme, in un vestire schietto,
tra le più adorne non parea men bella,
che sia tra l’altre la ciprigna stella.

94
Non si potea, ben contemplando fiso,
conoscer se più grazia o più beltade,
o maggior maestà fosse nel viso,
o più indizio d’ingegno o d’onestade.
– Chi vorrà di costei (dicea l’inciso
marmo) parlar, quanto parlar n’accade,
ben torrà impresa più d’ogn’altra degna;
ma non però ch’a fin mai se ne vegna. –

95
Dolce quantunque e pien di grazia tanto
fosse il suo bello e ben formato segno,
parea sdegnarsi che con umil canto
ardisse lei lodar sì rozzo ingegno,
com’era quel che sol, senz’altri a canto
(non so perché), le fu fatto sostegno.
Di tutto ‘l resto erano i nomi sculti;
sol questi due l’artefice avea occulti.

96
Fanno le statue in mezzo un luogo tondo,
che ‘l pavimento asciutto ha di corallo,
di freddo soavissimo giocondo,
che rendea il puro e liquido cristallo,
che di fuor cade in un canal fecondo,
che ‘l prato verde, azzurro, bianco e giallo
rigando, scorre per vari ruscelli,
grato alle morbide erbe e agli arbuscelli.

97
Col cortese oste ragionando stava
il paladino a mensa; e spesso spesso,
senza più differir, gli ricordava
che gli attenesse quanto avea promesso:
e ad or ad or mirandolo, osservava
ch’avea di grande affanno il core oppresso;
che non può star momento che non abbia
un cocente sospiro in su le labbia.

98
Spesso la voce dal disio cacciata
viene a Rinaldo sin presso alla bocca
per domandarlo; e quivi, raffrenata
di cortese modestia, fuor non scocca.
Ora essendo la cena terminata,
ecco un donzello a chi l’ufficio tocca,
pon su la mensa un bel nappo d’or fino,
di fuor di gemme, e dentro pien di vino.

99
Il signor de la casa allora alquanto
sorridendo, a Rinaldo levò il viso;
ma chi ben lo notava, più di pianto
parea ch’avesse voglia che di riso.
Disse: – Ora a quel che mi ricordi tanto,
che tempo sia di sodisfar m’è aviso;
mostrarti un paragon ch’esser de’ grato
di vedere a ciascun c’ha moglie allato.

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