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Testo del canto 37 (XXXVII) del poema Orlando Furioso

1
Se, come in acquistar qualch’altro dono
che senza industria non può dar Natura,
affaticate notte e dì si sono
con somma diligenza e lunga cura
le valorose donne, e se con buono
successo n’è uscit’opra non oscura;
così si fosson poste a quelli studi
ch’immortal fanno le mortal virtudi;

2
e che per sé medesime potuto
avesson dar memoria alle sue lode,
non mendicar dagli scrittori aiuto,
ai quali astio ed invidia il cor sì rode,
che ‘l ben che ne puon dir, spesso è taciuto,
e ‘l mal, quanto ne san, per tutto s’ode;
tanto il lor nome sorgeria, che forse
viril fama a tal grado unqua non sorse.

3
Non basta a molti di prestarsi l’opra
in far l’un l’altro glorioso al mondo,
ch’anco studian di far che si discuopra
ciò che le donne hanno fra lor d’immondo.
Non le vorrian lasciar venir di sopra,
e quanto puon, fan per cacciarle al fondo:
dico gli antiqui; quasi l’onor debbia
d’esse il lor oscurar, come il sol nebbia.

4
Ma non ebbe e non ha mano né lingua,
formando in voce o discrivendo in carte
(quantunque il mal, quanto può, accresce e impingua,
e minuendo il ben va con ogni arte),
poter però, che de le donne estingua
la gloria sì, che non ne resti parte;
ma non già tal, che presso al segno giunga,
né ch’anco se gli accosti di gran lunga:

5
ch’Arpalice non fu, non fu Tomiri,
non fu chi Turno, non chi Ettor soccorse;
non chi seguita da Sidoni e Tiri
andò per lungo mare in Libia a porse;
non Zenobia, non quella che gli Assiri,
i Persi e gl’Indi con vittoria scorse:
non fur queste e poch’altre degne sole,
di cui per arme eterna fama vole.

6
E di fedeli e caste e sagge e forti
stato ne son, non pur in Grecia e in Roma,
ma in ogni parte ove fra gl’Indi e gli Orti
de le Esperide il Sol spiega la chioma:
de le quai sono i pregi agli onor morti,
sì ch’a pena di mille una si noma;
e questo, perché avuto hanno ai lor tempi
gli scrittori bugiardi, invidi ed empi.

7
Non restate però, donne, a cui giova
il bene oprar, di seguir vostra via;
né da vostra alta impresa vi rimuova
tema che degno onor non vi si dia:
che, come cosa buona non si trova
che duri sempre, così ancor né ria.
Se le carte sin qui state e gl’inchiostri
per voi non sono, or sono a’ tempi nostri.

8
Dianzi Marullo ed il Pontan per vui
sono, e duo Strozzi, il padre e ‘l figlio, stati:
c’è il Bembo, c’è il Capel, c’è chi, qual lui
vediamo, ha tali i cortigian formati:
c’è un Luigi Alaman: ce ne son dui,
di par da Marte e da le Muse amati,
ambi del sangue che regge la terra
che ‘l Menzo fende e d’alti stagni serra.

9
Di questi l’uno, oltre che ‘l proprio istinto
ad onorarvi e a riverirvi inchina,
e far Parnasso risonare e Cinto
di vostra laude, e porla al ciel vicina;
l’amor, la fede, il saldo e non mai vinto
per minacciar di strazi e di ruina,
animo ch’Issabella gli ha dimostro,
lo fa, assai più che di se stesso, vostro:

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