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Testo del canto 34 (XXXIV) del poema Orlando Furioso

40
Né potendo venire al primo intento,
vengone ad un di non minore effetto:
gli fo quei tutti ingiuriar, ch’io sento
che per lui sono, e a tutti in odio il metto.
Egli che non sentia maggior contento
che d’ubbidirmi, senza alcun rispetto
le mani ai cenni miei sempre avea pronte,
senza guardare un più d’un altro in fronte.

41
Poi che mi fu, per questo mezzo, aviso
spento aver del mio padre ogni nimico,
e per lui stesso Alceste aver conquiso,
che non si avea, per noi, lasciato amico;
quel ch’io gli avea con simulato viso
celato fin allor, chiaro gli esplico:
che grave e capitale odio gli porto,
e pur tuttavia cerco che sia morto.

42
Considerando poi, s’io lo facessi,
ch’in publica ignominia ne verrei
(sapeasi troppo quanto io gli dovessi,
e crudel detta sempre ne sarei),
mi parve fare assai ch’io gli togliessi
di mai venir più inanzi agli occhi miei.
Né veder né parlar mai più gli volsi,
né messo udi’, né lettera ne tolsi.

43
Questa mia ingratitudine gli diede
tanto martìr, ch’al fin dal dolor vinto,
e dopo un lungo domandar mercede,
infermo cadde, e ne rimase estinto.
Per pena ch’al fallir mio si richiede,
or gli occhi ho lacrimosi, e il viso tinto
del negro fumo: e così avrò in eterno;
che nulla redenzione è ne l’inferno. –

44
Poi che non parla più Lidia infelice,
va il duca per saper s’altri vi stanzi:
ma la caligine alta ch’era ultrice
de l’opre ingrate, si gl’ingrossa inanzi,
ch’andare un palmo sol più non gli lice;
anzi a forza tornar gli conviene, anzi,
perché la vita non gli sia intercetta
dal fumo, i passi accelerar con fretta.

45
Il mutar spesso de le piante ha vista
di corso, e non di chi passeggia o trotta.
Tanto, salendo inverso l’erta, acquista,
che vede dove aperta era la grotta;
e l’aria, già caliginosa e trista,
dal lume cominciava ad esser rotta.
Al fin con molto affanno e grave ambascia
esce de l’antro, e dietro il fumo lascia.

46
E perché del tornar la via sia tronca
a quelle bestie c’han sì ingorde l’epe,
raguna sassi, e molti arbori tronca,
che v’eran qual d’amomo e qual di pepe;
e come può, dinanzi alla spelonca
fabrica di sua man quasi una siepe:
e gli succede così ben quell’opra,
che più l’arpie non torneran di sopra.

47
Il negro fumo de la scura pece,
mentre egli fu ne la caverna tetra,
non macchiò sol quel ch’apparia, ed infece,
ma sotto i panni ancora entra e penètra;
sì che per trovare acqua andar lo fece
cercando un pezzo; e al fin fuor d’una pietra
vide una fonte uscir ne la foresta,
ne la qual si lavò dal piè alla testa.

48
Poi monta il volatore, e in aria s’alza
per giunger di quel monte in su la cima,
che non lontan con la superna balza
dal cerchio de la luna esser si stima.
Tanto è il desir che di veder lo ‘ncalza,
ch’al cielo aspira, e la terra non stima.
De l’aria più e più sempre guadagna,
tanto ch’al giogo va de la montagna.

49
Zafir, rubini, oro, topazi e perle,
e diamanti e crisoliti e iacinti
potriano i fiori assimigliar, che per le
liete piaggie v’avea l’aura dipinti:
sì verdi l’erbe, che possendo averle
qua giù, ne fôran gli smeraldi vinti;
né men belle degli arbori le frondi,
e di frutti e di fior sempre fecondi.

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