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Testo del canto 30 (XXX) del poema Orlando Furioso

40
Non niega similmente il re Gradasso,
e sallo Isolier vostro e Sacripante,
io dico Sacripante, il re circasso,
e ‘l famoso Grifone ed Aquilante,
cent’altri e più, che pure a questo passo
stati eran presi alcuni giorni inante,
macometani e gente di battesmo,
che tutti liberai quel dì medesmo.

41
Non cessa ancor la maraviglia loro
de la gran prova ch’io feci quel giorno,
maggior, che se l’esercito del Moro
e del Franco inimici avessi intorno.
Ed or potrà Ruggier, giovine soro,
farmi da solo a solo o danno o scorno?
Ed or c’ho Durindana e l’armatura
d’Ettòr, vi de’ Ruggier metter paura?

42
Deh, perché dianzi in prova non venni io,
se far di voi con l’arme io potea acquisto?
So che v’avrei sì aperto il valor mio,
ch’avresti il fin già di Ruggier previsto.
Asciugate le lacrime, e, per Dio,
non mi fate uno augurio così tristo;
e siate certa che ‘l mio onor m’ha spinto,
non ne lo scudo il bianco augel dipinto. –

43
Così disse egli; e molto ben risposto
gli fu da la mestissima sua donna,
che non pur lui mutato di proposto,
ma di luogo avria mossa una colonna.
Ella era per dover vincer lui tosto,
ancor ch’armato, e ch’ella fosse in gonna;
e l’avea indutto a dir, se ‘l re gli parla
d’accordo più, che volea contentarla.

44
E lo facea; se non, tosto ch’al Sole
la vaga Aurora fe’ l’usata scorta,
l’animoso Ruggier, che mostrar vuole
che con ragion la bella aquila porta,
per non udir più d’atti e di parole
dilazion, ma far la lite corta,
dove circonda il popul lo steccato,
sonando il corno s’appresenta armato.

45
Tosto che sente il Tartaro superbo,
ch’alla battaglia il suono altier lo sfida,
non vuol più de l’accordo intender verbo,
ma si lancia del letto, ed arme grida;
e si dimostra sì nel viso acerbo,
che Doralice istessa non si fida
di dirgli più di pace né di triegua:
e forza è infin che la battaglia segua.

46
Subito s’arma, ed a fatica aspetta
da’ suoi scudieri i debiti servigi;
poi monta sopra il buon cavallo in fretta,
che del gran difensor fu di Parigi;
e vien correndo invêr la piazza eletta
a terminar con l’arme i gran litigi.
Vi giunse il re e la corte allora allora;
sì ch’all’assalto fu poca dimora.

47
Posti lor furo ed allacciati in testa
i lucidi elmi, e date lor le lance.
Siegue la tromba a dare il segno presta,
che fece a mille impallidir le guance.
Posero l’aste i cavallieri in resta,
e i corridori punsero alle pance;
e venner con tale impeto a ferirsi,
che parve il ciel cader, la terra aprirsi.

48
Quinci e quindi venir si vede il bianco
augel che Giove per l’aria sostenne;
come ne la Tessalia si vide anco
venir più volte, ma con altre penne.
Quanto sia l’uno e l’altro ardito e franco,
mostra il portar de le massicce antenne;
e molto più, ch’a quello incontro duro,
quai torri ai venti, o scogli all’onde furo.

49
I tronchi fin al ciel ne sono ascesi:
scrive Turpin, verace in questo loco,
che dui o tre giù ne tornaro accesi,
ch’eran saliti alla sfera del fuoco.
I cavallieri i brandi aveano presi:
e come quei che si temeano poco,
si ritornaro incontra; e a prima giunta
ambi alla vista si ferir di punta.

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