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Testo del canto 25 (XXV) del poema Orlando Furioso

20
– Veggo (dicea Ruggier) la faccia bella
e le belle fattezze e ‘l bel sembiante,
ma la suavità de la favella
non odo già de la mia Bradamante;
né la relazion di grazie è quella
ch’ella usar debba al suo fedele amante.
Ma se pur questa è Bradamante, or come
ha sì tosto in oblio messo il mio nome? –

21
Per ben saperne il certo, accortamente
Ruggier le disse: – Io v’ho veduto altrove;
ed ho pensato e penso, e finalmente
non so né posso ricordarmi dove.
Ditemel voi, se vi ritorna a mente,
e fate che ‘l nome anco udir mi giove,
acciò che saper possa a cui mia aita
dal fuoco abbia salvata oggi la vita. –

22
– Che voi m’abbiate visto esser potria
(rispose quel), che non so dove o quando:
ben vo pel mondo anch’io la parte mia,
strane aventure or qua or là cercando.
Forse una mia sorella stata fia,
che veste l’arme e porta al lato il brando;
che nacque meco, e tanto mi somiglia,
che non ne può discerner la famiglia.

23
Né primo né secondo né ben quarto
sète di quei ch’errore in ciò preso hanno:
né ‘l padre né i fratelli né chi a un parto
ci produsse ambi, scernere ci sanno.
Gli è ver che questo crin raccorcio e sparto
ch’io porto, come gli altri uomini fanno,
ed il suo lungo e in treccia al capo avvolta,
ci solea far già differenza molta:

24
ma poi ch’un giorno ella ferita fu
nel capo (lungo saria a dirvi come),
e per sanarla un servo di Iesù
a mezza orecchia le tagliò le chiome,
alcun segno tra noi non restò più
di differenza, fuor che ‘l sesso e ‘l nome.
Ricciardetto son io, Bradamante ella;
io fratel di Rinaldo, essa sorella.

25
E se non v’increscesse l’ascoltarmi,
cosa direi che vi faria stupire,
la qual m’occorse per assimigliarmi
a lei: gioia al principio e al fin martìre. –
Ruggiero il qual più graziosi carmi,
più dolce istoria non potrebbe udire,
che dove alcun ricordo intervenisse
de la sua donna, il pregò sì, che disse.

26
– Accadde a questi dì, che pei vicini
boschi passando la sorella mia,
ferita da uno stuol de Saracini
che senza l’elmo la trovar per via,
fu di scorciarsi astretta i lunghi crini,
se sanar volse d’una piaga ria
ch’avea con gran periglio ne la testa;
e così scorcia errò per la foresta.

27
Errando giunse ad una ombrosa fonte;
e perché afflitta e stanca ritrovosse,
dal destrier scese e disarmò la fronte,
e su le tenere erbe addormentosse.
Io non credo che fabula si conte,
che più di questa istoria bella fosse.
Fiordispina di Spagna soprarriva,
che per cacciar nel bosco ne veniva.

28
E quando ritrovò la mia sirocchia
tutta coperta d’arme, eccetto il viso,
ch’avea la spada in luogo di conocchia,
le fu vedere un cavalliero aviso.
La faccia e le viril fattezze adocchia
tanto, che se ne sente il cor conquiso;
la invita a caccia, e tra l’ombrose fronde
lunge dagli altri al fin seco s’asconde.

29
Poi che l’ha seco in solitario loco
dove non teme d’esser sopraggiunta,
con atti e con parole a poco a poco
le scopre il fisso cuor di grave punta.
Con gli occhi ardenti e coi sospir di fuoco
le mostra l’alma di disio consunta.
Or si scolora in viso, or si raccende;
tanto s’arrischia, ch’un bacio ne prende.

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