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Testo del canto 22 (XXII) del poema Orlando Furioso

60
Poi seguitò, volendo dar consigli,
com’era usato agli altri cavallieri:
– Fate spogliar la donna (dicea), figli,
e voi l’arme lasciateci e i destrieri;
e non vogliate mettervi a perigli
d’andare incontra a tai quattro guerrieri.
Per tutto vesti, arme e cavalli s’hanno:
la vita sol mai non ripara il danno. –

61
– Non più (disse Ruggier), non più; ch’io sono
del tutto informatissimo, e qui venni
per far prova di me, se così buono
in fatti son, come nel cor mi tenni.
Arme, vesti e cavallo altrui non dono,
s’altro non sento che minacce e cenni;
e son ben certo ancor, che per parole
il mio compagno le sue dar non vuole.

62
Ma, per Dio, fa ch’io vegga tosto in fronte
quei che ne voglion torre arme e cavallo;
ch’abbiamo da passar anco quel monte,
e qui non si può far troppo intervallo. –
Rispose il vecchio: – Eccoti fuor del ponte
chi vien per farlo: – e non lo disse in fallo;
ch’un cavallier n’uscì, che sopraveste
vermiglie avea, di bianchi fior conteste.

63
Bradamante pregò molto Ruggiero
che le lasciasse in cortesia l’assunto
di gittar de la sella il cavalliero,
ch’avea di fiori il bel vestir trapunto;
ma non poté impetrarlo, e fu mestiero
a lei far ciò che Ruggier volse a punto.
Egli volse l’impresa tutta avere,
e Bradamante si stesse a vedere.

64
Ruggiero al vecchio domandò chi fosse
questo primo ch’uscia fuor de la porta.
– È Sansonetto (disse); che le rosse
veste conosco e i bianchi fior che porta. –
L’uno di qua, l’altro di là si mosse
senza parlarsi, e fu l’indugia corta;
che s’andaro a trovar coi ferri bassi,
molto affrettando i lor destrieri i passi.

65
In questo mezzo de la rocca usciti
eran con Pinabel molti pedoni,
presti per levar l’arme ed espediti
ai cavallier ch’uscian fuor degli arcioni.
Veniansi incontra i cavallieri arditi,
fermando in su le reste i gran lancioni,
grossi duo palmi, di nativo cerro,
che quasi erano uguali insino al ferro.

66
Di tali n’avea più d’una decina
fatto tagliar di su lor ceppi vivi
Sansonetto a una selva indi vicina,
e portatone duo per giostrar quivi.
Aver scudo e corazza adamantina
bisogna ben, che le percosse schivi.
Aveane fatto dar, tosto che venne,
l’uno a Ruggier, l’altro per sé ritenne.

67
Con questi, che passar dovean gl’incudi
(sì ben ferrate avean le punte estreme),
di qua e di là fermandoli agli scudi,
a mezzo il corso si scontraro insieme.
Quel di Ruggiero, che i demòni ignudi
fece sudar, poco del colpo teme:
de lo scudo vo’ dir che fece Atlante,
de le cui forze io v’ho già detto inante.

68
Io v’ho già detto che con tanta forza
l’incantato splendor negli occhi fere,
ch’al discoprirsi ogni veduta ammorza,
e tramortito l’uom fa rimanere:
perciò, s’un gran bisogno non lo sforza,
d’un vel coperto lo solea tenere.
Si crede ch’anco impenetrabil fosse,
poi ch’a questo incontrar nulla si mosse.

69
L’altro, ch’ebbe l’artefice men dotto,
il gravissimo colpo non sofferse.
Come tocco da fulmine, di botto
diè loco al ferro, e pel mezzo s’aperse;
diè loco al ferro, e quel trovò di sotto
il braccio ch’assai mal si ricoperse;
sì che ne fu ferito Sansonetto,
e de la sella tratto al suo dispetto.

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