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Testo del canto 22 (XXII) del poema Orlando Furioso

50
Il cavallier, perché da lei beffato
fu d’una vecchia che portava in groppa,
giostrò con Pinabel ch’era dotato
di poca forza e di superbia troppa;
ed abbattello, e lei smontar nel prato
fece, e provò s’andava dritta o zoppa:
lasciolla a piede, e fe’ de la gonella
di lei vestir l’antiqua damigella.

51
Quella ch’a piè rimase, dispettosa,
e di vendetta ingorda e sitibonda,
congiunta a Pinabel che d’ogni cosa
dove sia da mal far, ben la seconda,
né giorno mai, né notte mai riposa,
e dice che non fia mai più gioconda,
se mille cavallieri e mille donne
non mette a piedi, e lor tolle arme e gonne.

52
Giunsero il dì medesmo, come accade,
quattro gran cavallieri ad un suo loco,
li quai di rimotissime contrade
venuti a queste parti eran di poco;
di tal valor, che non ha nostra etade
tant’altri buoni al bellicoso gioco:
Aquilante, Grifone e Sansonetto,
ed un Guidon Selvaggio giovinetto.

53
Pinabel con sembiante assai cortese
al castel ch’io v’ho detto gli raccolse.
La notte poi tutti nel letto prese,
e presi tenne; e prima non li sciolse,
che li fece giurar ch’un anno e un mese
(questo fu a punto il termine che tolse)
stariano quivi, e spogliarebbon quanti
vi capitasson cavallieri erranti;

54
e le donzelle ch’avesson con loro
porriano a piedi, e torrian lor le vesti.
Così giurar, così costretti foro
ad osservar, ben che turbati e mesti.
Non par che fin a qui contra costoro
alcun possa giostrar, ch’a piè non resti:
e capitati vi sono infiniti,
ch’a piè e senz’arme se ne son partiti.

55
È ordine tra lor, che chi per sorte
esce fuor prima, vada a correr solo:
ma se trova il nimico così forte,
che resti in sella, e getti lui nel suolo,
sono ubligati gli altri infin a morte
pigliar l’impresa tutti in uno stuolo.
Vedi or, se ciascun d’essi è così buono,
quel ch’esser de’, se tutti insieme sono.

56
Poi non conviene all’importanza nostra
che ne vieta ogni indugio, ogni dimora,
che punto vi fermiate a quella giostra;
e presuppongo che vinciate ancora,
che vostra alta presenza lo dimostra,
ma non è cosa da fare in un’ora;
ed è gran dubbio che ‘l giovine s’arda,
se tutto oggi a soccorrerlo si tarda. –

57
Disse Ruggier: – Non riguardiamo a questo:
facciàn nui quel che si può far per nui;
abbia chi regge il ciel cura del resto,
o la Fortuna, se non tocca a lui.
Ti fia per questa giostra manifesto,
se buoni siamo d’aiutar colui
che per cagion sì debole e sì lieve,
come n’hai detto, oggi bruciar si deve. –

58
Senza risponder altro, la donzella
si messe per la via ch’era più corta.
Più di tre miglia non andar per quella,
che si trovaro al ponte ed alla porta
dove si perdon l’arme e la gonnella,
e de la vita gran dubbio si porta.
Al primo apparir lor, di su la rocca
è chi duo botti la campana tocca.

59
Ed ecco de la porta con gran fretta,
trottando s’un ronzino, un vecchio uscìo;
e quel venìa gridando: – Aspetta aspetta:
restate olà, che qui si paga il fio:
e se l’usanza non v’è stata detta,
che qui si tiene, or ve la vo’ dir io. –
E contar loro incominciò di quello
costume, che servar fa Pinabello.

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