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Testo del canto 20 (XX) del poema Orlando Furioso

80
Guidon la notte con Aleria parla
(così avea nome la più fida moglie),
né bisogno gli fu molto pregarla,
che la trovò disposta alle sue voglie.
Ella tolse una nave e fece armarla,
e v’arrecò le sue più ricche spoglie,
fingendo di volere al nuovo albore
con le compagne uscire in corso fuore.

81
Ella avea fatto nel palazzo inanti
spade e lance arrecar, corazze e scudi,
onde armar si potessero i mercanti
e i galeotti ch’eran mezzo nudi.
Altri dormiro, ed altri ster vegghianti,
compartendo tra lor gli ozi e gli studi;
spesso guardando, e pur con l’ arme indosso,
se l’oriente ancor si facea rosso.

82
Dal duro volto de la terra il sole
non tollea ancora il velo oscuro ed atro;
a pena avea la licaonia prole
per li solchi del ciel volto l’aratro:
quando il femineo stuol, che veder vuole
il fin de la battaglia, empì il teatro,
come ape del suo claustro empie la soglia,
che mutar regno al nuovo tempo voglia.

83
Di trombe, di tambur, di suon de corni
il popul risonar fa cielo e terra,
così citando il suo signor, che torni
a terminar la cominciata guerra.
Aquilante e Grifon stavano adorni
de le lor arme, e il duca d’Inghilterra,
Guidon, Marfisa, Sansonetto e tutti
gli altri, chi a piedi e chi a cavallo istrutti.

84
Per scender dal palazzo al mare e al porto,
la piazza traversar si convenia,
né v’era altro camin lungo né corto:
così Guidon disse alla compagnia.
E poi che di ben far molto conforto
lor diede, entrò senza rumore in via;
e ne la piazza, dove il popul era,
s’appresentò con più di cento in schiera.

85
Molto affrettando i suoi compagni, andava
Guidone all’altra porta per uscire:
ma la gran moltitudine che stava
intorno armata, e sempre atta a ferire,
pensò, come lo vide che menava
seco quegli altri, che volea fuggire;
e tutta a un tratto agli archi suoi ricorse,
e parte, onde s’uscia, venne ad opporse.

86
Guidone e gli altri cavallier gagliardi,
e sopra tutti lor Marfisa forte,
al menar de le man non furon tardi,
e molto fer per isforzar le porte:
ma tanta e tanta copia era dei dardi
che, con ferite dei compagni e morte,
pioveano lor di sopra e d’ogn’intorno,
ch’al fin temean d’averne danno e scorno.

87
D’ogni guerrier l’usbergo era perfetto;
che se non era, avean più da temere.
Fu morto il destrier sotto a Sansonetto;
quel di Marfisa v’ebbe a rimanere.
Astolfo tra sé disse: – Ora, ch’aspetto
che mai mi possa il corno più valere?
Io vo’ veder, poi che non giova spada,
s’io so col corno assicurar la strada. –

88
Come aiutar ne le fortune estreme
sempre si suol, si pone il corno a bocca.
Par che la terra e tutto ‘l mondo trieme,
quando l’orribil suon ne l’aria scocca.
Sì nel cor de la gente il timor preme,
che per disio di fuga si trabocca
giù del teatro sbigottita e smorta,
non che lasci la guardia de la porta.

89
Come talor si getta e si periglia
e da finestra e da sublime loco
l’esterrefatta subito famiglia,
che vede appresso e d’ogn’intorno il fuoco,
che mentre le tenea gravi le ciglia
il pigro sonno, crebbe a poco a poco:
così messa la vita in abandono,
ognun fuggia lo spaventoso suono.

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