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Testo del canto 17 (XVII) del poema Orlando Furioso

110
Martano disegnò torre il destriero,
i panni e l’arme che Grifon s’ha tratte;
e andare inanzi al re pel cavalliero
che tante pruove avea giostrando fatte.
L’effetto ne seguì, fatto il pensiero:
tolle il destrier più candido che latte,
scudo e cimiero ed arme e sopraveste,
e tutte di Grifon l’insegne veste.

111
Con gli scudieri e con la donna, dove
era il popolo ancora, in piazza venne;
e giunse a tempo che finian le pruove
di girar spade e d’arrestare antenne.
Commanda il re che ‘l cavallier si truove,
che per cimier avea le bianche penne,
bianche le vesti e bianco il corridore;
che ‘l nome non sapea del vincitore.

112
Colui ch’indosso il non suo cuoio aveva,
come l’asino già quel del leone,
chiamato, se n’andò, come attendeva,
a Norandino, in loco di Grifone.
Quel re cortese incontro se gli leva,
l’abbraccia e bacia, e allato se lo pone:
né gli basta onorarlo e dargli loda,
che vuol che ‘l suo valor per tutto s’oda.

113
E fa gridarlo al suon degli oricalchi
vincitor de la giostra di quel giorno.
L’alta voce ne va per tutti i palchi,
che ‘l nome indegno udir fa d’ogn’intorno.
Seco il re vuol ch’a par a par cavalchi,
quando al palazzo suo poi fa ritorno;
e di sua grazia tanto gli comparte,
che basteria, se fosse Ercole o Marte.

114
Bello ed ornato alloggiamento dielli
in corte, ed onorar fece con lui
Orrigille anco; e nobili donzelli
mandò con essa, e cavallieri sui.
Ma tempo è ch’anco di Grifon favelli,
il qual né dal compagno né d’altrui
temendo inganno, addormentato s’era,
né mai si risvegliò fin alla sera.

115
Poi che fu desto, e che de l’ora tarda
s’accorse, uscì di camera con fretta,
dove il falso cognato e la bugiarda
Orrigille lasciò con l’altra setta;
e quando non gli truova, e che riguarda
non v’esser l’arme né i panni, sospetta;
ma il veder poi più sospettoso il fece
l’insegne del compagno in quella vece.

116
Sopravien l’oste, e di colui l’informa
che già gran pezzo, di bianch’arme adorno,
con la donna e col resto de la torma
avea ne la città fatto ritorno.
Truova Grifone a poco a poco l’orma
ch’ascosa gli avea Amor fin a quel giorno;
e con suo gran dolor vede esser quello
adulter d’Orrigille, e non fratello.

117
Di sua sciocchezza indarno ora si duole,
ch’avendo il ver dal peregrino udito,
lasciato mutar s’abbia alle parole
di chi l’avea più volte già tradito.
Vendicar si potea, né seppe; or vuole
l’inimico punir, che gli è fuggito;
ed è costretto con troppo gran fallo
a tor di quel vil uom l’arme e ‘l cavallo.

118
Eragli meglio andar senz’arme e nudo,
che porsi indosso la corazza indegna,
o ch’imbracciar l’abominato scudo,
o por su l’elmo la beffata insegna;
ma per seguir la meretrice e ‘l drudo,
ragione in lui pari al disio non regna.
A tempo venne alla città, ch’ancora
il giorno avea quasi di vivo un’ora.

119
Presso alla porta ove Grifon venìa,
siede a sinistra un splendido castello,
che, più che forte e ch’a guerre atto sia,
di ricche stanze è accommodato e bello.
I re, i signori, i primi di Soria
con alte donne in un gentil drappello
celebravano quivi in loggia amena
la real sontuosa e lieta cena.

120
La bella loggia sopra ‘l muro usciva
con l’alta rocca fuor de la cittade;
e lungo tratto di lontan scopriva
i larghi campi e le diverse strade.
Or che Grifon verso la porta arriva
con quell’arme d’obbrobrio e di viltade,
fu con non troppa aventurosa sorte
dal re veduto e da tutta la corte:

121
e riputato quel di ch’avea insegna,
mosse le donne e i cavallieri a riso.
Il vil Martano, come quel che regna
in gran favor, dopo ‘l re è ‘l primo assiso,
e presso a lui la donna di sé degna;
dai quali Norandin con lieto viso
volse saper chi fosse quel codardo
che così avea al suo onor poco riguardo;

122
che dopo una sì trista e brutta pruova,
con tanta fronte or gli tornava inante.
Dicea: – Questa mi par cosa assai nuova,
ch’essendo voi guerrier degno e prestante,
costui compagno abbiate, che non truova,
di viltà, pari in terra di Levante.
Il fate forse per mostrar maggiore,
per tal contrario, il vostro alto valore.

123
Ma ben vi giuro per gli eterni dei,
che se non fosse ch’io riguardo a vui,
la publica ignominia gli farei,
ch’io soglio fare agli altri pari a lui.
Perpetua ricordanza gli darei,
come ognor di viltà nimico fui.
Ma sappia, s’impunito se ne parte,
grado a voi che ‘l menaste in questa parte. –

124
Colui che fu de tutti i vizi il vaso,
rispose: – Alto signor, dir non sapria
chi sia costui; ch’io l’ho trovato a caso,
venendo d’Antiochia, in su la via.
ll suo smnbiante m’avea persuaso
che fosse degno di mia compagnia;
ch’intesa non n’avea pruova né vista,
se non quella che fece oggi assai trista.

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