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Testo del canto 17 (XVII) del poema Orlando Furioso

100
Il signor di Seleucia ancor restava,
miglior guerrier di tutti gli altri sette;
e ben la sua possanza accompagnava
con destrier buono e con arme perfette.
Dove de l’elmo la vista si chiava,
l’asta allo scontro l’uno e l’altro mette;
pur Grifon maggior colpo al pagan diede,
che lo fe’ staffeggiar dal manco piede.

101
Gittaro i tronchi, e si tornaro adosso
pieni di molto ardir coi brandi nudi.
Fu il pagan prima da Grifon percosso
d’un colpo che spezzato avria gl’incudi.
Con quel fender si vide e ferro ed osso
d’un ch’eletto s’avea tra mille scudi;
e se non era doppio e fin l’arnese,
ferìa la coscia ove cadendo scese.

102
Ferì quel di Seleucia alla visera
Grifone a un tempo; e fu quel colpo tanto,
che l’avria aperta e rotta, se non era
fatta, come l’altr’arme, per incanto.
Gli è un perder tempo che ‘l pagan più fera:
così son l’arme dure in ogni canto:
e ‘n più parti Grifon già fessa e rotta
ha l’armatura a lui, né perde botta.

103
Ognun potea veder quanto di sotto
il signor di Seleucia era a Grifone;
e se partir non li fa il re di botto,
quel che sta peggio, la vita vi pone.
Fe’ Norandino alla sua guardia motto
ch’entrasse a distaccar l’aspra tenzone.
Quindi fu l’uno, e quindi l’altro tratto;
e fu lodato il re di sì buon atto.

104
Gli otto che dianzi avean col mondo impresa,
e non potuto durar poi contra uno,
avendo mal la parte lor difesa,
usciti eran dal campo ad uno ad uno.
Gli altri ch’eran venuti a lor contesa,
quivi restar senza contrasto alcuno,
avendo lor Grifon, solo, interrotto
quel che tutti essi avean da far contra otto.

105
E durò quella festa così poco,
ch’in men d’un’ora il tutto fatto s’era:
ma Norandin, per far più lungo il giuoco
e per continuarlo infino a sera,
dal palco scese, e fe’ sgombrare il loco;
e poi divise in due la grossa schiera,
indi, secondo il sangue e la lor prova,
gli andò accoppiando, e fe’ una giostra nova.

106
Grifone intanto avea fatto ritorno
alla sua stanza pien d’ira e di rabbia
e più gli preme di Martan lo scorno
che non giova l’onor ch’esso vinto abbia.
Quivi, per tor l’obbrobrio ch’avea intorno,
Martano adopra le mendaci labbia:
e l’astuta e bugiarda meretrice,
come meglio sapea, gli era adiutrice.

107
O sì o no che ‘l giovin gli credesse,
pur la scusa accettò, come discreto:
e pel suo meglio allora allora elesse
quindi levarsi tacito e secreto,
per tema che, se ‘l populo vedesse
Martano comparir, non stesse cheto.
Così per una via nascosa e corta
usciro al camin lor fuor de la porta.

108
Grifone, o ch’egli o che ‘l cavallo fosse
stanco, o gravasse il sonno pur le ciglia,
al primo albergo che trovar, fermosse,
che non erano andati oltre a dua miglia.
Si trasse l’elmo, e tutto disarmosse,
e trar fece a’ cavalli e sella e briglia;
e poi serrossi in camera soletto,
e nudo per dormire entrò nel letto.

109
Non ebbe così tosto il capo basso,
che chiuse gli occhi, e fu dal sonno oppresso
così profundamente, che mai tasso
né ghiro mai s’addormentò quanto esso.
Martano in tanto ed Orrigille a spasso
entraro in un giardin ch’era lì appresso;
ed un inganno ordir, che fu il più strano
che mai cadesse in sentimento umano.

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