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Testo del canto 15 (XV) del poema Orlando Furioso

20
Per questo del nostro indico levante
nave non è che per Europa scioglia;
né si muove d’Europa navigante
ch’in queste nostre parti arrivar voglia.
Il ritrovarsi questa terra avante,
e questi e quelli al ritornare invoglia;
che credono, veggendola sì lunga,
che con l’altro emisperio si congiunga.

21
Ma volgendosi gli anni, io veggio uscire
da l’estreme contrade di ponente
nuovi Argonauti e nuovi Tifi, e aprire
la strada ignota infin al dì presente:
altri volteggiar l’Africa, e seguire
tanto la costa de la negra gente,
che passino quel segno onde ritorno
fa il sole a noi, lasciando il Capricorno;

22
e ritrovar del lungo tratto il fine,
che questo fa parer dui mar diversi;
e scorrer tutti i liti e le vicine
isole d’Indi, d’Arabi e di Persi:
altri lasciar le destre e le mancine
rive che due per opra Erculea fersi;
e del sole imitando il camin tondo,
ritrovar nuove terre e nuovo mondo.

23
Veggio la santa croce, e veggio i segni
imperial nel verde lito eretti:
veggio altri a guardia dei battuti legni,
altri all’acquisto del paese eletti:
veggio da dieci cacciar mille, e i regni
di là da l’India ad Aragon suggetti;
e veggio i capitan di Carlo quinto,
dovunque vanno, aver per tutto vinto.

24
Dio vuol ch’ascosa antiquamente questa
strada sia stata, e ancor gran tempo stia;
né che prima si sappia, che la sesta
e la settima età passata sia:
e serba a farla al tempo manifesta,
che vorrà porre il mondo a monarchia,
sotto il più saggio imperatore e giusto,
che sia stato o sarà mai dopo Augusto.

25
Del sangue d’Austria e d’Aragon io veggio
nascer sul Reno alla sinistra riva
un principe, al valor del qual pareggio
nessun valor, di cui si parli o scriva.
Astrea veggio per lui riposta in seggio,
anzi di morta ritornata viva;
e le virtù che cacciò il mondo, quando
lei cacciò ancora, uscir per lui di bando.

26
Per questi merti la Bontà suprema
non solamente di quel grande impero
ha disegnato ch’abbia diadema
ch’ebbe Augusto, Traian, Marco e Severo;
ma d’ogni terra e quinci e quindi estrema,
che mai né al sol né all’anno apre il sentiero:
e vuol che sotto a questo imperatore
solo un ovile sia, solo un pastore.

27
E perch’abbian più facile successo
gli ordini in cielo eternamente scritti,
gli pon la somma Providenza appresso
in mare e in terra capitani invitti.
Veggio Hernando Cortese, il qualo ha messo
nuove città sotto i cesarei editti,
e regni in Oriente sì remoti,
ch’a noi, che siamo in India, non son noti.

28
Veggio Prosper Colonna, e di Pescara
veggio un marchese, e veggio dopo loro
un giovene del Vasto, che fan cara
parer la bella Italia ai Gigli d’oro:
veggio ch’entrare inanzi si prepara
quel terzo agli altri a guadagnar l’alloro:
come buon corridor ch’ultimo lassa
le mosse, e giunge, e inanzi a tutti passa.

29
Veggio tanto il valor, veggio la fede
tanta d’Alfonso (che ‘l suo nome è questo),
ch’in così acerba età, che non eccede
dopo il vigesimo anno ancora il sesto,
l’imperator l’esercito gli crede,
il qual salvando, salvar non che ‘l resto,
ma farsi tutto il mondo ubidiente
con questo capitan sarà possente.

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