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Testo del canto 11 (XI) del poema Orlando Furioso

20
e se l’arreca in spalla, e via la porta,
come lupo talor piccolo agnello,
o l’aquila portar ne l’ugna torta
suole o colombo o simile altro augello.
Vede Ruggier quanto il suo aiuto importa,
e vien correndo a più poter; ma quello
con tanta fretta i lunghi passi mena,
che con gli occhi Ruggier lo segue a pena.

21
Così correndo l’uno, e seguitando
l’altro, per un sentiero ombroso e fosco,
che sempre si venìa più dilatando,
in un gran prato uscir fuor di quel bosco.
Non più di questo; ch’io ritorno a Orlando,
che ‘l fulgur che portò già il re Cimosco,
avea gittato in mar nel maggior fondo,
acciò mai più non si trovasse al mondo.

22
Ma poco ci giovò: che ‘l nimico empio
de l’umana natura, il qual del telo
fu l’inventor, ch’ebbe da quel l’esempio,
ch’apre le nubi e in terra vien dal cielo;
con quasi non minor di quello scempio
che ci diè quando Eva ingannò col melo,
lo fece ritrovar da un negromante,
al tempo de’ nostri avi, o poco inante.

23
La machina infernal, di più di cento
passi d’acqua ove stè ascosa molt’anni,
al sommo tratta per incantamento,
prima portata fu tra gli Alamanni;
li quali uno ed un altro esperimento
facendone, e il demonio a’ nostri danni
assuttigliando lor via più la mente,
ne ritrovaro l’uso finalmente.

24
Italia e Francia e tutte l’altre bande
del mondo han poi la crudele arte appresa.
Alcuno il bronzo in cave forme spande,
che liquefatto ha la fornace accesa;
bùgia altri il ferro; e chi picciol, chi grande
il vaso forma, che più e meno pesa:
e qual bombarda e qual nomina scoppio,
qual semplice cannon, qual cannon doppio;

25
qual sagra, qual falcon, qual colubrina
sento nomar, come al suo autor più agrada;
che ‘l ferro spezza, e i marmi apre e ruina,
e ovunque passa si fa dar la strada.
Rendi, miser soldato, alla fucina
per tutte l’arme c’hai, fin alla spada;
e in spalla un scoppio o un arcobugio prendi;
che senza, io so, non toccherai stipendi.

26
Come trovasti, o scelerata e brutta
invenzion, mai loco in uman core?
Per te la militar gloria è distrutta,
per te il mestier de l’arme è senza onore;
per te è il valore e la virtù ridutta,
che spesso par del buono il rio migliore:
non più la gagliardia, non più l’ardire
per te può in campo al paragon venire.

27
Per te son giti ed anderan sotterra
tanti signori e cavallieri tanti,
prima che sia finita questa guerra,
che ‘l mondo, ma più Italia ha messo in pianti;
che s’io v’ho detto, il detto mio non erra,
che ben fu il più crudele e il più di quanti
mai furo al mondo ingegni empi e maligni,
ch’imaginò sì abominosi ordigni.

28
E crederò che Dio, perché vendetta
ne sia in eterno, nel profondo chiuda
del cieco abisso quella maladetta
anima, appresso al maladetto Giuda.
Ma seguitiamo il cavallier ch’in fretta
brama trovarsi all’isola d’Ebuda,
dove le belle donne e delicate
son per vivanda a un marin mostro date.

29
Ma quanto avea più fretta il paladino,
tanto parea che men l’avesse il vento.
Spiri o dal lato destro o dal mancino,
o ne le poppe, sempre è così lento,
che si può far con lui poco camino;
e rimanea talvolta in tutto spento:
soffia talor sì averso, che gli è forza
o di tornare, o d’ir girando all’orza.

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