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REQUIEM AETERNAM DONA EIS, DOMINE! di Luigi Pirandello | Testo

E le donne, tra un diluvio di lagrime:
– Per nostro padre che muore! Per nostro padre che vuoi sapere, prima di chiudere gli occhi per sempre, che dormirà nella fossa che s’è fatta scavare! sotto l’erbuccia della nostra terra!
E il prete, più forte di tutti, con le braccia levate, innanzi all’uscio del prefetto:
– E l’implorazione suprema dei fedeli: Requiem aeternam dona eis, Domine!
Accorsero a quel pandemonio, da ogni parte uscieri, guardie, impiegati che, a un comando gridato dal prefetto dalla soglia, sgombrarono violentemente l’anticamera, cacciando via tutti per la scala, anche quelli che non c’entravano.
Su la strada maestra, al precipitarsi di tutti quegli uomini urlanti dal palazzo della Prefettura, si raccolse subito una gran folla; e allora padre Sarso, al colmo dell’indignazione e dell’esaltazione, pressato dalle domande che gli piovevano da tutte le parti, si mise ad agitar le braccia come un naufrago e a far cenni col capo, con le mani di voler rispondere a tutti, or ora… ecco, sì… piano, un po’ di largo… cacciato dall’autorità… ecco, sì… al popolo, al popolo…
E prese ad arringare:
– Parlo in nome di Dio, o cristiani, che sta sopra ogni legge che altri possa vantare, ed è padrone di tutti e di tutta la terra! Noi non siamo qua per vivere soltanto, o cristiani! Siamo qua per vivere e per morire! Se una legge umana, iniqua, nega al povero in vita il diritto d’un palmo di terra, su cui, posando il piede, possa dire: `< Questo è mio! li, non può negargli, in morte, il diritto della fossa! O cristiani, questa gente è qua, in nome di altri quattrocento infelici, per reclamare il diritto della sepoltura! Vogliono le loro fosse! Per sè e per i loro morti!
– Il camposanto! il camposanto! – urlarono di nuovo tutti insieme, con le braccia per aria e gli occhi pieni di lagrime, i dodici margaritani.
E il prete, prendendo nuovo ardire dallo sbalordimento della folla, cercando di sollevarsi quanto più poteva su la punta dei piedi per dominarla tutta:
– Ecco, ecco, guardate, o cristiani a queste due donne qua… dove siete? mostratevi! ecco: a queste due donne qua sta per morire il padre, che è il padre di tutti noi, il nostro capo, il fondatore della nostra borgata! Or son più di sessant’anni, quest’uomo, ora moribondo, salì alle terre di Màrgari e sul dorso roccioso della montagna levò con le sue mani la prima casa di canne e creta. Ora le case lassù sono più di centocinquanta, più di quattrocento gli abitanti. Il paese pù vicino, o cristiani, è a circa sette miglia di distanza. Ognuno di questi uomini, a cui muore il padre o la madre, la moglie o il figlio, il fratello o la sorella, deve patir lo strazio di vedere il cadavere del parente issato, o cristiani, sul dorso d’una mula, per essere trasportato, sguazzante nella bara, per miglia e miglia di ripido cammino tra le rocce! E più volte s’è dato il caso che la mula è scivolata e la bara s’è spaccata e il morto è balzato tra i sassi e il fango del letto dei torrenti! Questo è accaduto, o cristiani, perché il signor barone di Màrgari ci nega barbaramente il permesso di seppellire in un cantuccio sotto la nostra borgatella i nostri morti, da poterli avere sotto gli occhi e custodire! Abbiamo finora sopportato lo strazio, senza gridare, contentandoci di pregare, di scongiurare a mani giunte questo barbaro signore! Ma ora che muore il padre di tutti noi, o cristiani, il vecchio nostro, con la brama di sapersi seppellito là, dove in tante case ora arde il fuoco da lui acceso per la prima volta, noi siamo venuti qua a reclamare, non un diritto propriamente legale, ma d’u… che? che c’è?… dico d’umanità, d’o…
Non poté seguitare. Un folto manipolo di guardie e di carabinieri irruppe nella folla e, dopo molto scompiglio, tra urla e fischi e applausi, riuscì a disperderla. Padre Sarso fu preso per le braccia da un delegato e tradotto insieme con gli altri dodici margaritani al commissariato di polizia.
Intanto, il barone di Màrgari, che finora se ne era stato discosto, tra un crocchio di conoscenti, stronfiando come se si sentisse a mano a mano soffocare e schiacciare sotto il peso dello scandalo pubblico per l’oltracotante predica di quel prete, e più volte aveva cercato di divincolarsi dalle braccia che lo trattenevano per lanciarsi addosso all’arringatore; ora che la folla si disperdeva, si mosse, attorniato da gente sempre in maggior numero, e, terreo, ansimante, come se fosse or ora uscito da una rissa mortale, si mise a raccontare che lui e, prima di lui, suo padre don Raimondo Màrgari, rappresentati da quella gente là e da quel prete ciarlatano come barbari spietati che negavano loro il diritto della sepoltura, erano invece da sessant’anni vittime d’una usurpazione inaudita, da parte del padre di quelle due donne là, uomo terribile, soperchiatore e abisso d’ogni malizia. Disse che da anni e anni egli non era più padrone di andare nelle sue terre, dove coloro avevano edificato le loro case e quel prete la sua chiesa, senza pagare né censo, né fitto, senza neanche chiedergli il permesso d’invadere così la sua proprietà. Egli poteva mandare i suoi campieri a cacciarli via tutti, come tanti cani, e a diroccar le loro case, non lo aveva fatto; non lo faceva; li lasciava vivere e moltiplicare, peggio dei conigli: ognuna di quelle donne metteva al mondo una ventina di figliuoli; tanto che, in meno di sessant’anni, era cresciuta lassù una popolazione.

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