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LA CASSA RIPOSTA di Luigi Pirandello | Testo

– Bravo, sì: tanto per me, quanto per te; dici bene. Le tasse ingiuste, caro mio, non voglio pagare; ma quel ch’è giusto, sì, lo pago volentieri; l’ho sempre pagato. Turco t’ha rubato la salsiccia? Dimmi quant’è e te la pago.
Dolcemàscolo, venuto con la prevenzione di dover combattere chi sa che battaglia contro i cavilli e le insidie di quel vecchio rospo, di fronte a tanta remissione, s’abbiosciò a un tratto, mortificato.
– Una sciocchezza, signor Cavaliere, – disse. – Saranno stati una ventina di rocchi, poco più poco meno. Non mette quasi conto di parlarne.
– No no, – rispose Piccarone, fermo. – Dimmi quant’è: te la devo e te la voglio pagare. Subito, figliuolo mio! Tu lavori; hai patito un danno; devi essere risarcito. Quant’è?
Dolcemàscolo si strinse nelle spalle, sorrise e disse:
– Venti rocchi di quei grossi… due chili… a una lira e venti il chilo…
– Così a poco la vendi? – domandò Piccarone.
– Capirà, – rispose Dolcemàscolo, tutto miele. – Vossignoria non l’ha mangiata. Gliela faccio pagare (non vorrei…) gliela faccio pagare per quanto costa a me.
– Nient’affatto! – negò Piccarone. – Se non l’ho mangiata io, l’ha mangiata il mio cane. Dunque, si dice… a occhio, due chili. Va bene a due lire il chilo?
– Faccia come crede.
– Quattro lire. Benone. Ora dimmi un po’, figliuolo mio: venticinque meno quattro, quanto fanno? Ventuno, se non m’inganno. Bene. Mi dai ventuna lira e non ne parliamo più.
Dolcemàscolo, lì per lì, credette d’aver inteso male.
– Come dice?
– Ventuna lira, – ripeté placido Piccarone. – Qua ci sono due testimoni, per la verità, tanto per me, quanto per te, va bene? Tu sei venuto da me per un parere. Ora, io, i pareri, figliuolo mio, i consulti legali, li faccio pagare venticinque lire. Tariffa. Quattro te ne devo di salsicce; dammene ventuna, e non se ne parli più.
Dolcemàscolo lo guardò in faccia, perplesso, se ridere o piangere, non volendo credere che dicesse sul serio e parendogli tuttavia che non scherzasse.
– Io a… a lei? – balbettò.
– Mi par chiaro, figliuolo, – spiegò Piccarone. – Tu fai l’oste; io, debolmente, l’avvocato. Ora, come io non nego il tuo diritto al risarcimento, così tu non negherai il mio per i lumi che m’hai chiesti e che t’ho dati. Adesso sai che se un cane ti ruba la salsiccia, il padrone del cane è tenuto a fartene indenne. Lo sapevi prima? No! Le cognizioni si pagano, caro mio. Ho penato e speso tanto io per apprenderle! Credi che ti faccia celia?
– Ma sissignore! – confessò Dolcemàscolo con le lagrime in pelle, aprendo le braccia. – Io le abbono le salsicce, signor Cavaliere: sono un povero ignorante; mi perdoni, e non ne parliamo più davvero.
– Ah no, ah no, caro mio! – esclamò Piccarone. – Non abbono niente io. Il diritto è diritto, tanto per te quanto per me. Pago io, pago, voglio pagare. Pagare ed esser pagato. Stavo qua a studiare, come vedi; m’hai fatto perdere un’ora di tempo. Ventuna lira. Tariffa. Se non ne sei ben persuaso, da’ ascolto a me, caro: va’ da un altro avvocato a domandare se mi spetti o no questo compenso. Ti do tre giorni. Se in capo al terzo giorno non mi avrai pagato, sta’ pur sicuro, figliuolo mio, che ti cito.
– Ma signor Cavaliere! – scongiurò di nuovo Dolcemàscolo a mani giunte, alterandosi però in volto improvvisamente.
Piccarone alzò il mento, alzò le mani:
– Non sento ragioni. Ti cito!
Dolcemàscolo allora perdette il lume degli occhi. L’ira lo acciuffò. Che era il danno? Niente. Alle beffe pensò, che avrebbe avute, che già indovinava guardando le facce allegre di quei due contadini: lui che si credeva tanto scaltro, lui che s’era impegnato di spuntarla e già aveva quasi toccato con mano la vittoria. Tale impeto gli diede il vedersi preso, ora, quando meno se l’aspettava, nella sua stessa ragna, che si trovò d’un tratto mutato in bestia feroce.

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