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I TRE PENSIERI DELLA SBIOBBINA di Luigi Pirandello | Testo

A nove anni, come se il destino avesse teso dall’ombra una manaccia invisibile e gliel’avesse imposta sul capo: – Fin qua! – Clementina, tutt’a un tratto, aveva fatto il groppo. Là, a poco più d’un metro da terra.
I medici, eh! subito, con la loro scienza, avevano compreso che non sarebbe cresciuta più. Linfatismo, cachessia, rachitide
Brevi! parlo intendere alle gambe, adesso, al busto di Clementina, che non si doveva più crescere! Busto e gambe, dacché, nascendo, ci s’erano messi, avevano voluto crescere per forza, senza sentir ragione. Non potendo per lungo, sotto l’orribile violenza di quella manaccia che schiacciava, s’erano ostinati a crescere di traverso: sbieche le gambe; il busto, aggobbito, davanti e dietro. Pur di crescere…
Che non crescono forse così, del resto, anche certi alberelli, tutti a nodi e a sproni e a giunture storpie? Così. Con questa differenza però: che l’alberello, intanto, non ha occhi per vedersi, cuore per sentire, mente per pensare; e una povera sbiobbina, sì; che l’alberello storpio non è, che si sappia, deriso da quelli dritti, malvisto per paura del malocchio, sfuggito dagli uccellini; e una povera sbiobbina, sì, dagli uomini, e sfuggita anche dai fanciulli; e che l’alberello infine non deve fare all’amore, perché fiorisce a maggio da sè, naturalmente, così tutto storpio com’è, e darà in autunno i suoi frutti; mentre una povera sbiobbina…
Là, via, era una cosa riuscita male, e che non si poteva rimediare in alcun modo. Chi scrive una lettera, se non gli vien bene, la strappa e la rifà da capo. Ma una vita? Non si può mica rifar da capo, a strapparla una volta, la vita.
E poi, Dio non vuole.
Quasi quasi verrebbe voglia di non crederci, in Dio, vedendo certe cose. Ma Clementina ci credeva. E ci credeva appunto perché si vedeva così. Quale altra spiegazione migliore di questa, di tutto quel gran male che, innocente, senz’alcuna sua colpa, le toccava soffrire per tutta, tutta la vita, che è una sola, e che lei doveva passar tutta, tutta così, come fosse una burla, uno scherzo, compatibile sì e no per un minuto solo e poi basta? Poi dritta, su, svelta, agile, alta, e via tutta quella oppressione. Ma che! Sempre così.
Dio, eh? Dio – era chiaro – aveva voluto così, per un suo fine segreto. Bisognava far finta di crederci, per carità; ché altrimenti Clementina si sarebbe disperata. Spiegandoselo così, invece, lei poteva anche considerare come un bene tutto il suo gran male: un bene sommo e glorioso. Di là, s’intende. In cielo. Che bella angeletta sarà poi in cielo, Clementina!
Ed ecco, ella sorride talvolta, camminando, alla gente che la guarda per istrada. Pare voglia dire: «Non mi deridete, via! perché, vedete? ne sorrido io per la prima. Sono fatta così; non mi son fatta da me; Dio l’ha voluto; e dunque non ve n’affliggete neppure, come non me n’affiggo io, perché, se l’ha voluto Dio, lo so sicuro che una ricompensa, poi, me la darà!».
Del resto, le gambe, tanto tanto non pajono, sotto la veste.
Dio solo sa quanto peni Clementina a farle andare, quelle gambe. E tuttavia sorride.
La pena è anche accresciuta dallo studio ch’ella pone a non barellare tanto, per non dar troppo nell’occhio alla gente. Passare inosservata non potrebbe. Sbiobbina è. Ma via, andando così, con una certa lestezza, e poi modesta, e poi sorridendo…
Qualcuno però, a quando a quando, si dimostra crudele: la osserva, magari col volto atteggiato di compassione, e le torna poco dopo davanti dall’altro lato, quasi volesse a tutti i costi rendersi conto di com’ella faccia con quelle gambe ad andare. Clementina, vedendo che col suo solito sorriso non riesce a disarmare quella curiosità spietata, arrossisce dalla stizza, abbassa il capo; talvolta, perdendo il dominio di sè, per poco non inciampa, non rotola giù per terra; e allora, arrabbiata, quasi quasi si tirerebbe sè la veste e griderebbe a quel crudele:
– Eccoti qua: vedi? E ora lasciami fare la sbiobbina in pace.

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