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CON ALTRI OCCHI di Luigi Pirandello | Testo

Esaminandone il volto, Anna notò subito quanto dissomigliasse dal suo; e le sorse a un tempo dal cuore la domanda, come mai il marito che aveva amato quella donna, quella giovinetta certo bella per lui, si fosse poi potuto innamorare di lei così diversa.
Sembrava bello, molto piú bello del suo anche a lei quel volto che, dal ritratto, appariva bruno. Ecco: e quelle labbra si erano congiunte nel bacio alle labbra di lui; ma perché mai agli angoli della bocca quella piega dolorosa? e perché così mesto lo sguardo di quegli occhi intensi? Tutto il volto spirava un profondo cordoglio; e Anna ebbe quasi dispetto della bontà umile e vera che quei lineamenti esprimevano, e quindi un moto di repulsione e di ribrezzo, sembrandole a un tratto di scorgere nello sguardo di quegli occhi la medesima espressione degli occhi suoi allorché, pensando al marito, ella si guardava nello specchio, la mattina, dopo essersi acconciata.
Ebbe appena il tempo di cacciarsi in tasca il ritratto: il marito si presentò, sbuffando, sulla soglia della camera.
– Che hai fatto? Al solito? Hai rassettato? Oh povero me! Ora non trovo piú nulla!
Vedendo poi lo stocco sguainato per terra:
– Ah! Hai anche tirato di scherma con gli abiti dell’armadio?
E rise di quel riso che partiva soltanto dalla gola, quasi qualcuno gliel’avesse vellicata; e, ridendo così, guardò la moglie, come se domandasse a lei il perché del suo proprio riso. Guardando, batteva di continuo le palpebre celerissimamente su gli occhietti cauti, neri, irrequieti.
Vittore Brivio trattava la moglie come una bambina non d’altro capace che di quell’amore ingenuo e quasi puerile di cui si sentiva circondato, spesso con fastidio, e al quale si era proposto di prestar solo attenzione di tempo in tempo, mostrando anche allora una condiscendenza quasi soffusa di lieve ironia, come se volesse dire: « Ebbene, via! per un po’ diventerò anch’io bambino con te: bisogna fare anche questo, ma non perdiamo troppo tempo! ».
Anna s’era lasciata cadere ai piedi la vecchia giacca in cui aveva trovato il ritratto. Egli la raccattò infilzandola con la punta dello stocco, poi chiamò dalla finestra nel giardino il servotto che fungeva anche da cocchiere e che in quel momento attaccava al biroccio il cavallo. Appena il ragazzo si presentò in maniche di camicia nel giardino davanti alla finestra, il Brivio gli buttò in faccia sgarbatamente la giacca infilzata, accompagnando l’elemosina con un: « Tieni, è per te ».
– Così avrai meno da spazzolare – aggiunse, rivolto alla moglie, – e da rassettare, speriamo!
E di nuovo emise quel suo riso stentato battendo piú e piú volte le pàlpebre.
Altre volte il marito s’era allontanato dalla città e non per pochi giorni soltanto, partendo anche di notte come quella volta; ma Anna, ancora sotto l’impressione della scoperta di quel ritratto, provò una strana paura di restar sola, e lo disse, piangendo, al marito.
Vittore Brivio, frettoloso nel timore di non fare a tempo e tutto assorto nel pensiero dei suoi affari, accolse con mal garbo quel pianto insolito della moglie.
– Come! Perché? Via, via, bambinate!
E andò via di furia, senza neppur salutarla.
Anna sussultò al rumore della porta ch’egli si chiuse dietro con impeto; rimase col lume in mano nella saletta e sentì raggelarsi le lagrime negli occhi. Poi si scosse e si ritirò in fretta nella sua camera, per andar subito a letto.
Nella camera già in ordine ardeva il lampadino da notte.
– Va’ pure a dormire – disse Anna alla cameriera che la attendeva. – Fo da me. Buona notte.
Spense il lume, ma invece di posarlo, come soleva, su la mensola, lo posò sul tavolino da notte, presentendo – pur contro la propria volontà – che forse ne avrebbe avuto bisogno piú tardi. Cominciò a svestirsi in fretta, tenendo gli occhi fissi a terra, innanzi a sè. Quando la veste le cadde attorno ai piedi, pensò che il ritratto era là e con viva stizza si sentì guardata e commiserata da quegli occhi dolenti, che tanta impressione le avevano fatto. Si chinò risolutamente a raccogliere dal tappeto la veste e la posò senza ripiegarla, su la poltrona a piè del letto, come se la tasca che nascondeva il ritratto e il viluppo della stoffa dovessero e potessero impedirle di ricostruirsi l’immagine di quella morta.

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