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FUOCO ALLA PAGLIA di Luigi Pirandello | Testo

Quante montagne sventrate per il miraggio del tesoro nascosto! Aveva creduto di scoprire dentro ogni montagna una nuova California. Californie da per tutto! Buche profonde fino a duecento, a trecento metri, buche per la ventilazione, impianti di macchine a vapore, acquedotti per la eduzione delle acque e tante e tante altre spese per uno straterello di zolfo, che non metteva conto, alla fine, di coltivare. E la triste esperienza fatta piú volte, il giuramento di non cimentarsi mai piú in altre imprese, non eran valsi a distoglierlo da nuovi tentativi, finché non s’era ridotto, com’era adesso, quasi al lastrico. E la moglie lo aveva abbandonato, per andare a convivere con un suo fratello ricco, poiché l’unica figlia era andata a farsi monaca per disperata.
Era solo, adesso, senza neanche una servaccia in casa; solo e divorato da un continuo orgasmo, che gli faceva commettere tutte quelle follie.
Lo sapeva, sì: era cosciente delle sue follie; le commetteva apposta, per far dispetto alla gente che, prima, da ricco, lo aveva tanto ossequiato, e ora gli voltava le spalle e rideva di lui. Tutti! tutti ridevano di lui e lo sfuggivano; nessuno che volesse dargli aiuto, che gli dicesse: – Compare, che fate? venite qua: voi sapete lavorare, avete lavorato sempre, onestamente; non fate piú pazzie; mettetevi con me a una buona impresa! – Nessuno.
E la smania, l’interno rodìo, in quell’abbandono, in quella solitudine agra e nuda, crescevano e lo esasperavano sempre piú.
L’incertezza di quella sua condizione era la sua maggiore tortura. Sì perché non era piú né ricco, né povero. Ai ricchi non poteva piú accostarsi, e i poveri non lo volevano riconoscere per compagno, per via di quella casa in paese e di quel poderetto lassú. Ma che gli fruttava la casa? Niente. Tasse, gli fruttava. E quanto al poderetto, ecco qua: c’era, per tutta ricchezza, un po’ di grano che, mietuto fra pochi giorni, gli avrebbe dato, sì e no, tanto da pagare il censo alla mensa vescovile. Che gli restava dunque, per mangiare? Quei poveri uccellini, là… E che pena, anche questa! Finché s’era trattato di prenderli, per tentare un negozio da far ridere la gente, transeat; ma ora, scender giú nel gabbione, acchiapparli, ucciderli e mangiarseli…
– Sú Nina, su! Dormi, stasera? Sú!
Maledetta la casa e maledetto il podere, che non lo lasciavano essere neanche povero bene, povero e pazzo, lì, in mezzo a una strada, povero senza pensieri, come tanti ne conosceva e per cui, nell’esasperazione in cui si trovava, sentiva un’invidia angosciosa.
Tutt’a un tratto Nina s’impuntò con le orecchie tese.
– Chi è là? – gridò Simone Lampo.
Sul parapetto d’un ponticello lungo lo stradone gli parve di scorgere, nel buio, qualcuno sdraiato.
– Chi è là?
Colui che stava lì sdraiato alzò appena il capo ed emise come un grugnito.
– Oh tu Nàzzaro! Che fai lì?
– Aspetto le stelle.
– Te le mangi?
– No: le conto.
– E poi?
Infastidito da quelle domande, Nàzzaro si rizzò a sedere sul parapetto e gridò iroso, tra il fitto barbone abbatuffolato:
– Don Simo’, andate, non mi seccate! Sapete bene che a quest’ora non negozio piú; e con voi non voglio discorrere!
Così dicendo, si sdraiò di nuovo, a pancia all’aria sul parapetto in attesa delle stelle.
Quando aveva guadagnato quattro soldi, o strigliando due bestie o accudendo a qualche altra faccenda, purché spiccia, Nàzzaro diventava padrone del mondo. Due soldi di pane e due soldi di frutta. Non aveva bisogno d’altro. E se qualcuno gli proponeva di guadagnarsi, oltre a quei quattro soldi, per qualche altra faccenda, una o magari dieci lire, rifiutava, rispondendo sdegnosamente a quel suo modo:
– Non negozio piú!
E si metteva a vagar per le campagne o lungo la spiaggia del mare o su per i monti. S’incontrava da per tutto, e dove meno si sarebbe aspettato, scalzo, silenzioso, con le mani dietro la schiena e gli occhi chiari, invagati e ridenti.
– Ve ne volete andare, insomma, sì o no? – gridò levandosi di nuovo a sedere sul parapetto, piú iroso, vedendo che quello s’era fermato con l’asina a contemplarlo.
– Non mi vuoi neanche tu? – disse allora Simone Lampo, scotendo il capo. – Eppure, va’ là, che potremmo far bene il pajo, noi due.

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