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FORMALITA’ di Luigi Pirandello | Testo

Chi, se non lui, infatti, lo aveva sollevato dalla miseria in cui le colpe dei genitori lo avevano gettato? Il padre gli era morto in galera, per furti; dalla madre, che lo aveva condotto con sé nella prossima città, era fuggito, non appena con l’uso della ragione aveva potuto intravedere a quali tristi espedienti era ricorsa per vivere. Ebbene, egli lo aveva tolto da un misero caffeuccio in cui s’era ridotto a prestar servizio e gli aveva trovato un posticino nel banco del padre; gli aveva prestato i suoi libri, i suoi appunti di scuola, per farlo studiare; gli aveva insomma aperto la via, schiuso l’avvenire.
E ora, ecco: il Sarti s’era fatto uno stato tranquillo e sicuro col suo lavoro, con le sue doti naturali, senza dover rinunziare a nulla: era un uomo; mentre lui… lui, all’orlo di un abisso!
Due colpi all’uscio a vetri, che dava nelle stanze riserbate all’abitazione, riscossero Gabriele da queste amare riflessioni.
– Avanti, – disse.
E Flavia entrò.

III
Indossava un vestito azzurro cupo, che pareva dipinto su la flessibile e formosa persona, alla cui bellezza bionda dava un meraviglioso risalto. Portava in capo un ricco e pur semplice cappello scuro; si abbottonava ancora i guanti.
– Volevo domandarti, – disse, – se non ti occorreva la carrozza, perchè il bajo oggi non si può attaccare alla mia.
Gabriele la guardò, come se ella venisse, così elegante e leggera, da un mondo fittizio, vaporoso, di sogno, dove si parlasse un linguaggio ormai per lui del tutto incomprensibile.
– Come? – disse. – Perché?
– Mah, pare che l’abbiano inchiodato, poverino. Zoppica da un piede.
– Chi?
– Il bajo, non senti?
– Ah, – fece Gabriele, riscotendosi. – Che disgrazia, perbacco!
– Non pretendo che te ne affligga, – disse Flavia, risentita. – Ti ho domandato la carrozza. Andrò a piedi.
E s’avviò per uscire.
– Puoi prenderla; non mi serve, – s’affrettò allora a soggiungere Gabriele. – Esci sola?
– Con Carluccio, Aldo e la Titti sono in castigo.
– Poveri piccini! – sospirò Gabriele, quasi senza volerlo.
Parve a Flavia che questa commiserazione fosse un rimprovero per lei, e pregò il marito di lasciarla fare.
– Ma sì, sì, se hanno fatto male, – diss’egli allora. – Pensavo che, senza aver fatto nulla, si sentiranno forse, tra qualche mese, cader sul capo un ben più grosso castigo.
Flavia si voltò a guardarlo.
– Sarebbe?
– Nulla, cara. Una cosa lievissima, come il velo o una piuma di codesto cappello. La rovina, per esempio, della nostra casa. Ti basta?
– La rovina?
– La miseria, sì. E peggio forse, per me.
– Che dici?
– Ma sì, fors’anche… Ti fo stupire?
Flavia s’appressò, turbata, con gli occhi fissi sul marito, come in dubbio ch’egli non dicesse sul serio.
Gabriele, con un sorriso nervoso su le labbra, rispose piano, con calma, alle trepide domande di lei, come se non si trattasse della propria rovina; poi nel veder la moglie sconvolta:
– Eh, mia cara! – esclamò. – Se ti fossi curata un tantino di me, se avessi, in tanti anni, cercato d’intendere che piacere mi procurava questo mio grazioso lavoro, non proveresti ora tanto stupore. Non tutti i sacrifizi sono possibili. E quando un pover uomo è costretto a farne uno superiore alle proprie forze…
– Costretto? Chi t’ha costretto? – disse Flavia, interrompendolo, poiché egli con la voce aveva pigiato su quella parola.
Gabriele guardò la moglie, come frastornato dall’interruzione e dall’atteggiamento di sfida, ch’ella, dominando ora l’interna agitazione, assumeva di fronte a lui. Sentì come un rigurgito di bile salirgli alla gola e inaridirgli la bocca. Riaprendo tuttavia le labbra al sorriso nervoso di prima, ora più squallido, domandò:
– Spontaneamente, allora?
– Io, no! – soggiunse con forza Flavia, guardandolo negli occhi. – Se per me, avresti potuto risparmiartelo, codesto sacrifizio. La miseria più squallida io l’avrei mille volte preferita…
– Sta’ zitta! – gridò egli infastidito. – Non lo dire, finché non sai che cosa sia!
– La miseria? Ma che n’ho avuto io, della vita?
– Ah, tu? E io?

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