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FORMALITA’ di Luigi Pirandello | Testo

Gabriele Orsani si avvilì; ma il signor Vannetti vi pose subito riparo: cominciò a far tutto da sé: domande e risposte, a proporsi dubbii e a darsi schiarimenti:
– Qui Lei, zentilissimo signore, eh, lo so! potrebbe dirmi, obbiettarmi: Ecco, sì, caro Vannetti, d’accordo: piena fiduzia nella vostra Compagnia; ma, come si fa? per me è un po’ troppo forte, poniamo, codesta tariffa; non ho tanto marzine nel mio bilanzio, e allora… (ognuno sa gli affari di casa sua, e qui Lei dize benissimo: Su questo punto, caro Vannetti, non ammetto discussioni). Ecco, io però, zentilissimo signore, mi permetto di farle osservare: E gli spezialissimi vantazzi che offre la nostra Compagnia? Eh, lo so, dize Lei: tutte le Compagnie, qual più qual meno, ne offrono. No, no, mi perdoni, signore, se oso mettere in dubbio codesta sua asserzione. I vantazzi…
A questo punto, l’Orsani, vedendogli trarre da una cartella di cuojo un fascio di prospettini a stampa, protese le mani, come in difesa:
– Scusi, – gridò. – Ho letto in un giornale che una Compagnia ha assicurato non so per quanto la mano d’un celebre violinista: è vero?
Il signor Lapo Vannetti rimase per un istante sconcertato: poi sorrise e disse:
– Americanate! Sissignore. Ma noi…
– Glielo domando, – riprese, senza perder tempo, Gabriele, – perché anch’io, una volta, sa?…
E fece segno di sonare il violino.
Il Vannetti, ancora non ben rimesso, credette opportuno congratularsene:
– Ah, benissimo! benissimo! Ma noi, scusi, veramente, non fazziamo di queste operazioni.
– Sarebbe molto utile, però! – sospirò l’Orsani levandosi in piedi. – Potersi assicurare tutto ciò che si lascia o si perde lungo il cammino della vita: i capelli! i denti, per esempio! E la testa? La testa che si perde così facilmente… Ecco: il violinista, la mano; uno zerbinotto, i capelli; un crapulone, i denti; un uomo d’affari, la testa… Ci pensi! È una trovata.
Si recò a premere un campanello elettrico alla parete, presso la scrivania, soggiungendo:
– Permetta un momento, caro signore.
Il Vannetti, mortificato, s’inchinò. Gli parve che l’Orsani, per cavarselo dai piedi, avesse voluto fare un’allusione, veramente poco gentile, al suo occhio di vetro.
Rientrò nello scrittojo il Bertone, con un’aria vie più smarrita.
– Nel casellario del palchetto della tua scrivania, – gli disse Gabriele, – alla lettera Z…
– I conti della zolfara? – domandò il Bertone.
– Gli ultimi, dopo la costruzione del piano inclinato…
Carlo Bertone chinò più volte il capo:
– Ne ho tenuto conto.
L’Orsani scrutò negli occhi del vecchio commesso; rimase accigliato, assorto; poi gli domandò:
– Ebbene?
Il Bertone, impacciato, guardò il Vannetti.
Questi allora comprese ch’era di troppo, in quel momento; e, riprendendo il suo fare cerimonioso, tolse commiato.
– Non z’è bisogno d’altro, con me. Capisco a volo. Mi ritiro. Vuol dire che, se non Le dispiaze, io vado a prendere un bocconzino qui presso, e ritorno. Non se ne curi. Stia comodo, per carità! So la via. A rivederla.
Ancora un inchino, e via.

II
– Ebbene? – domandò di nuovo Gabriele Orsani al vecchio commesso, appena uscito il Vannetti.
– Quella… quella costruzione… giusto adesso, – rispose, quasi balbettando, il Bertone.
Gabriele s’adirò.
– Quante volte me l’hai detto? Che volevi che facessi, d’altra parte? Rescindere il contratto, è vero? Ma se per tutti i creditori quella zolfara rappresenta ancora la speranza della mia solvibilità… Lo so! lo so! Sono state più di centotrenta mila lire buttate lì, in questo momento, senza frutto… Lo so meglio di te!… Non mi far gridare.
Il Bertone si passò più volte le mani su gli occhi stanchi; poi, dandosi buffetti su la manica, dove non c’era neppur l’ombra della polvere, disse piano, come a se stesso:
– Ci fosse modo, almeno, d’aver danaro per muovere ora tutto quel macchinario, che… che non è neanche interamente pagato. Ma abbiamo anche le scadenze delle cambiali alla Banca…
Gabriele Orsani, che s’era messo a passeggiare per lo scrittojo, con le mani in tasca, accigliato, s’arrestò:
– Quanto?
– Eh… – sospirò il Bertone,
– Eh… – rifece Gabriele; poi, scattando: – Oh, insomma! Dimmi tutto. Parla franco: è finita? capitombolo? Sia lodata e ringraziata la buona e santa memoria di mio padre! Volle mettermi qua, per forza: io ho fatto quello che dovevo fare: tabula rasa: non se ne parli più!

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