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PRUDENZA di Luigi Pirandello | Testo

Data memorabile per me il 12 aprile del 1891.
Avevo compito da circa un mese trentaquattro anni. Da un pezzo mi notavo nel volto, e precisamente alla coda degli occhi e su la fronte, certi lievi solchi che mi pareva non si potessero ancora chiamar propriamente rughe. Credevo almeno che il numero degli anni miei potesse tuttavia permettermi di non chiamarli tali. Momentanei increspamenti de la pelle, che – sotto l’azione del pensiero, del riso, dell’abituale atteggiarsi della fisonomia – erano divenuti stabili. Ma rughe, no.
Scorgevo inoltre da un pezzo nella barba e per entro alla folta e fluente capigliatura poetica (povera poesia, perduta coi capelli, come la forza di Sansone!) qualche… sì, peli bianchi, insomma… più d’uno. E m’assoggettavo ogni mattina, davanti allo specchio dell’armadio, a un supplizio in uso non ricordo bene presso quali popoli civili dell’antichità o dell’evo medio: al supplizio della depilazione.
Quante volte, ahimè, insieme con qualche pelo bianco della barba non mi strappai dagli occhi lagrime sincere di fitto acutissimo dolore!
Inferocivo contro me stesso.
Il pelo, profondamente radicato, mi sfuggiva dalle dita crudeli, resisteva allo strappo due o tre volte. Mi asciugavo le lagrime sul volto contratto dallo spasimo, e lì, daccapo, a tentare con maggior violenza per la quarta volta.
Ma più ne strappavo, e più me ne scoprivo di giorno in giorno. – Oh mia magnifica barba, un tempo orgoglio, ora tortura per me!
Ero ormai giunto al bivio. Quel supplizio giornaliero non era più a lungo sopportabile. Tra parer vecchio o parer brutto, a una determinazione dovevo pur venire alla fine, non volendo assolutamente ricorrere alla scappatoja, del resto inutile e sudicia, della tintura.
Debbo aggiungere che alla vanità si unì, in quei giorni, la prudenza, cioè la più cordialmente antipatica, la più tabaccosa, la più vigliacca tra le tante e tante virtù che vessano il genere umano. Già, a sentir certi moralisti, altro che virtù! è la moderatrice delle virtù, ordinatrice degli spiriti, maestra dei costumi. E le hanno dato tre occhi in testa: figuratevi come dev’essere carina! [1]
Di che cuore, se avesse un corpo, oggi le darei un calcio a quella virtù! Ma allora, pur troppo, fui così sciocco da darle ascolto. Incontratala sul mio cammino, mi ammogliai con lei e diventai subito il padre di me stesso: cominciai a darmi consigli e ammonimenti e a chiamarmi: Figlio mio.
Vivevo da circa tre anni in compagnia, oltre che delle nove muse, d’una donna, la quale non si stancava di ripetermi che le piacevo tanto tanto con quei capelli lunghi e con quel barbone. Gusti! [2] A me, lei, però non piaceva più da parecchio tempo, in nessuna maniera. E non sapevo come liberarmene.
Un benefattore mi aveva promesso un discreto collocamento, a patto però ch’io troncassi quella relazione, pretesto a tante ciarle, e mi tagliassi almeno i capelli, poiché la zazzera non conveniva punto – diceva – alla qualità dell’impiego procuratomi.

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