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LONTANO di Luigi Pirandello | Testo

Venerina, nel vederlo così timido, smarrito nella beatitudine di quel suo rinascere in un paese ignoto, tra gente estranea, provava per lui una tenerezza quasi materna. Ma tutta la loro conversazione si riduceva, per Venerina che non intendeva il francese e tanto meno il norvegese, a una variazione di tono nel pronunziare il nome di lui, Cleen. Così, se egli si ricusava, arricciando il naso, scotendo la testa, di prendere qualche medicina o qualche cibo, ella pronunziava quel Cleen con voce cupa, d’impero, aggrottando le ciglia su gli occhi fermi, severi, come per dire: « Obbedisci: non ammetto capricci! ». Se poi egli, in uno scatto di gioconda tenerezza, vedendosela passar da presso, le tirava un po’ la veste, col volto illuminato da un sorriso di gratitudine e di simpatia, Venerina strascicava quel Cleen in una esclamazione di stupore e di rimprovero, come se volesse dirgli: « Sei matto? ».
Ma lo stupore era finto, il rimprovero dolce: espressi l’uno e l’altro per ammantare gli scrupoli di donna Rosolina che, assistendo a quelle scene, sarebbe diventata di centomila colori, se non avesse avuto sulle magre gote quella patina di rossetto.
Anche lei, Venerina, si sentiva quasi rinata. Avvezza a star sempre sola, in quella casa povera e nuda, senza cure intime, senza affetti vivi, da un pezzo s’era abbandonata a un’uggia invincibile, a un tedio smanioso: il cuore le si era come isterilito, e la sterilità del sentimento si disfaceva in lei nella pigrizia piú accidiosa. Lei stessa, ora, non avrebbe saputo spiegarsi perché le andasse tanto di sfaccendare per casa, lietamente, di levarsi per tempo e d’acconciarsi.
– Miracoli! Miracoli! – esclamava don Paranza, rincasando la sera, con gli attrezzi da pesca, tutto fragrante di mare. Trovava ogni cosa in ordine: la tavola apparecchiata, pronta per la cena. – Miracoli!
Entrava nella camera dell’infermo, fregandosi le mani:
– Bon suarre, mossiur Cleen, bon suarre!
– Buona sera, – rispondeva in italiano il convalescente, sorridendo, staccando e quasi incidendo con la pronunzia le due parole.
– Come come? – esclamava allora don Pietro stupito, guardando Venerina che rideva, e poi donna Rosolina che stava seria, seduta, intozzata su di sè, con le labbra strette e le palpebre gravi, semichiuse.
A poco a poco Venerina era riuscita a insegnare allo straniero qualche frase italiana e un po’ di nomenclatura elementare, con un mezzo semplicissimo. Gl’indicava un oggetto nella camera e lo costringeva a ripeterne piú e piú volte il nome, finché non lo pronunziasse correttamente: – bicchiere, letto, seggiola, finestra… – E che risate quando egli sbagliava, risate che diventavano fragorose se s’accorgeva che la zia zitellona, legnosa nella sua pudibonda severità per non cedere al contagio del riso si torturava le labbra, massime quando l’infermo accompagnava con gesti comicissimi quelle parole staccate, telegrafando così a segni le parti sostanziali del di scorso che gli mancavano. Ma presto egli poté anche dire: aprire, chiudere finestra, prendere bicchiere, e anche voglio andare letto. Se non che, imparato quel voglio, comincio a farne frequentissimo uso, e l’impegno che metteva nel superare lo stento della pronunzia, dava un piú reciso tono di comando alla parola. Venerina ne rideva, ma pensò d’attenuare quel tono insegnando all’infermo di premettere ogni volta a quel voglio un prego. Prego, sì, ma poiché egli non riusciva a pronunziare correttamente questa nuova parola, quando voleva qualche cosa, aspettava che Venerina si voltasse a guardarlo, e allora congiungeva le mani in segno di preghiera e quindi spiccicava piú che mai imperioso e reciso il suo voglio.
La premessa di quel segno di preghiera era assolutamente necessaria ogni qual volta egli voleva presso di sè lo stipetto che il compagno gli aveva portato dal piroscafo, il giorno in cui ne era sceso moribondo. Venerina glielo porgeva ogni volta di malanimo e senza il garbo consueto. Quella cassetta rappresentava per lui la patria lontana: c’erano tutti i suoi ricordi e tante lettere e alcuni ritratti. Guardandolo obliquamente, mentr’egli rileggeva qualcuna di quelle lettere, o se ne stava astratto, con gli occhi indagati, Venerina lo vedeva quasi sotto un altro aspetto, come se fosse avvolto in un’altra aria che lo allontanasse da lei all’improvviso, e notava tante particolarità della diversa natura di lui, non mai prima notate. Quella cassetta, in cui egli frugava con tanta insistenza, le richiamava davanti agli occhi l’immagine di quell’altro marinajo che lo aveva sollevato dalla barella come un bambino per deporlo sul letto, lì, e poi se n’era andato, piangendo. Ed ella si era presa tanta cura di quell’abbandonato! Chi era egli? Donde veniva? Quali ricordi custodiva con tanto amore in quella cassetta? Venerina scrollava a un tratto le spalle con un moto di dispetto, dicendo a se stessa: – Che me n’importa? – e lo lasciava lì solo nella camera a pascersi di quei suoi segreti ricordi, e si tirava con sè la zia, che la seguiva stordita di quella risoluzione repentina:
– Che facciamo?
– Nulla. Ce n’andiamo!
Venerina ricadeva d’un tratto, in quei momenti, nel suo tedio neghittoso, inasprito da una sorda stizza o aggravato da una pena d’indefiniti desiderii: la casa le appariva vuota di nuovo, vuota la vita, e sbuffava: non voleva far nulla, piú nulla!

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